Redazione

Lungi dall’essere segnato dalla nostalgia o dallo sguardo rivolto solo al passato, il tempo che stiamo vivendo è proiettato verso le grandi responsabilità che ci attendono, verso l’avventura gioiosa di calare ancora le reti per la pesca e di sperimentare, come e più che nei due millenni trascorsi, la potenza della parola di Dio. Siamo chiamati a ricominciare dalla Parola, a giocare su di essa tutta la nostra vita di singoli e di Chiesa: “sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,5). Siamo certi che il Signore saprà ancora stupirci con la sua fedeltà e con le sue sorprese. Per quanto mi riguarda personalmente, risento, pensando al testo di Lc 5,1-11, le profonde emozioni che provai commentandolo nel giorno del mio ingresso a Milano. Mi riconoscevo nella confessione di Pietro: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5,8); sperimentavo infatti un senso di indegnità e di confusione, percepivo tutta la mia fragilità e inadeguatezza, ma insieme nutrivo la fiducia che Dio non avrebbe abbandonato il suo discepolo. Avvertivo mie le parole di Isaia – ascoltate nella prima lettura di quella stessa Messa -: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono!” (Is 6,5), parole così vicine alla dichiarazione di Pietro. Percepivo tuttavia nella profondità del mio cuore che Gesù stava dicendo proprio a me, in modo nuovo, le parole rivolte a Pietro: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10). A distanza di oltre vent’anni avverto il bisogno profondo di ringraziare Dio perché la promessa è stata mantenuta al di là di ogni mia attesa. Rileggendo oggi lo stesso testo non posso far a meno di sottolineare altre parole, altri sensi ora eloquenti per me. In particolare, avverto – anche grazie all’invito del Papa – tutta l’intensità di quel comando: Prendi il largo (Lc 5,4). Lo sguardo va in avanti, come in un rinnovato bisogno di slancio, di missione, di impegno. E vorrei che questa lettera fosse un forte invito a guardare oltre: questo non è tempo di bilanci, ma di attenzione più profonda alla parola e alla promessa di Dio. E’ tempo di ascoltare ciò che il Signore dice alla nostra Chiesa, è tempo di fidarsi e gettare le reti al largo (cfr. sotto, n. 1). Insieme, però, sento mie la meraviglia e la sorpresa di Pietro davanti ai prodigi compiuti dal Signore nel cammino ventennale fatto con voi. Il suo grande stupore (Lc 5,9) è il mio davanti alla pesca che il Dio vivo ci ha concesso di fare. E lo stupore si fa lode, ringraziamento, memoria riconoscente, suscita una vera e propria confessio laudis (cfr. sotto, n. 2). Ma faccio mie anche le parole umili dell’apostolo che bene esprimono le mie inadeguatezze e le mie frustrazioni: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla (Lc 5,5.8)…Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Nasce dal di dentro l’urgenza di una confessio vitae che riconosce le inadempienze e le lentezze del cammino (cfr. sotto, n. 3). Mentre il tragitto percorso torna nella mente e nel cuore – e grande è il bisogno di ringraziare, viva è la coscienza di quanto avrei potuto fare e non ho fatto -, la mia prima e ultima parola continua a essere, oggi come allora, quella di Pietro: Sulla tua parola getterò le reti (Lc 5,5). È la mia confessio fidei. Dalla Parola tutto è partito: dalla Parola vorrei ricominciare (cfr. sotto, n. 4). I singoli capitoli di questa mia lettera si richiamano successivamente a queste parole evangeliche, sintesi di un vissuto che vorrei rileggere davanti a Dio in vista del futuro che ci attende.

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