Allestita alla Casa delle Culture del Mondo della Provincia di Milano, la mostra fotografica di Ugo Panella, fra i più apprezzati fotoreporter del mondo, racconta come sta cambiando la società afgana, grazie a progetti di microcredito che hanno le donne come protagoniste. Fino al 15 giugno.

di Luca FRIGERIO

panella afghanistan

«Io sono già morta». Laila non aveva ancora trent’anni, ma la sua vita non valeva più niente, in quella terra dell’Afghanistan che ancor oggi è fra le più martoriate del pianeta. Abbandonata dal marito con tre figli piccoli, emarginata e umiliata dai parenti, costretta a vivere di stenti fra le macerie di Kabul, la giovane madre era certa che non vi sarebbe stato alcun futuro per lei. Fino a quando, una decina d’anni fa, non ha incontrato i volontari di una Onlus italiana, che l’hanno coinvolta in un progetto di microcredito per diventare imprenditrice di se stessa, con una piccola attività artigianale. Una sfida impossibile, considerando che, soltanto per aver accettato una simile proposta, i talebani avrebbero potuto ucciderla…

Ma Laila è una donna coraggiosa e oggi aiuta altre donne a uscire, come lei, con le proprie forze, da un tunnel di violenze e povertà. Ed è proprio il suo sorriso, luminoso di speranza, quello che si svela sotto il burka finalmente sollevato, in una bellissima immagine che appare come il simbolo stesso del desiderio di riscatto di un popolo intero.

Un intenso ritratto che è esposto in una mostra fotografica allestita presso la Casa delle Culture del Mondo a Milano, che sotto il significativo titolo «La poesia del cambiamento» illustra la silenziosa quanto inarrestabile rivoluzione che sta scuotendo la società afgana. Un cambiamento, appunto, che ha innanzitutto il volto determinato e gentile delle donne, le ultime quanto a considerazione nella tradizionale gerarchia sociale dell’Afghanistan, eppure in prima fila nel lavorare per la rinascita del loro Paese, troppo a lungo flagellato da scontri tribali, ma anche epicentro di conflitti su scala mondiale.

La rassegna, promossa dalla Provincia di Milano e curata da Archivio Fotografico Italiano, presenta gli scatti di Ugo Panella, fotogiornalista fra i più apprezzati anche a livello internazionale per i suoi reportages che, dal Sud America all’Africa Centrale, dalla Palestina al Golfo del Bengala, in questi anni hanno documentato e denunciato guerre dimenticate e tragedie ignorate, dando volto a vittime altrimenti anonime.

In Afghanistan Panella era già arrivato alla fine degli anni Settanta, all’indomani, cioè, dell’invasione sovietica. Un legame che, da allora, non si è più spezzato, ma che si è rinnovato ultimamente proprio attraverso l’incontro con la Fondazione Pangea (e in particolare con il suo presidente, Luca Lo Presti), da oltre un decennio impegnata a contrastare la discriminazione e a ripristinare i diritti umani fondamentali, in terra afgana come in altre zone travagliate del mondo.

«Da allora, ho completamente cambiato prospettiva», confessa il reporter. Il cui obiettivo fotografico, più che riprendere azioni di guerra, si è così soffermato soprattutto sulla quotidianità delle persone coinvolte nei conflitti, illustrando le situazioni di bisogno e di disagio, ma anche i segni positivi di chi non si arrende alla distruzione, lottando davvero, ogni giorno, per un mondo migliore e diverso.

Come sta accadendo in Afghanistan, appunto. Dove proprio le donne sono le protagoniste di una ripresa sociale ed economica che ripudia il commercio delle armi e della droga gestito dai “signori della guerra”, attraverso semplici quanto efficaci progetti di microcredito (da 100 a 500 euro, una piccola “fortuna” per gli standard locali…), ma anche grazie a corsi di formazione e di istruzione, che arrivano a coinvolgere le famiglie d’origine ed interi villaggi o quartieri.

Ed ecco, allora, i volti finalmente radiosi di giovani donne che Ugo Panella ha immortalato mentre impastano il pane, mentre creano collane e monili con le splendide pietre dure dei monti afgani, mentre scostano le tende su cui si aprono piccoli laboratori artigianali o colorate botteghe di alimentari. Ecco, gli sguardi sereni di bambine e ragazze che finalmente possono studiare, leggere e scrivere, sfidando pregiudizi secolari. Ecco le mani alzate, festanti, di madri e nonne che, per la prima volta, nell’aprile scorso, hanno potuto esercitare il diritto di voto.

Volti, sguardi, mani che non possono dimenticare le ferite ancora aperte, le carni straziate dalle mine disseminate nei campi e per le strade, i lutti infiniti… Ma che ormai sono i simboli di una dignità finalmente ritrovata.

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