In occasione della XXI Esposizione internazionale della Triennale, il Chiostro di Sant'Eustorgio a Milano accoglie tradizioni musicali spirituali da tutto il mondo. Il 10 giugno l'Ensemble di Tangeri, il 14 la kora del Mali, il 21 i monaci tibetani, il 30 giugno la tradizione sefardita.

di Luca FRIGERIO

Evelina Meghnagi

«Chi canta bene, prega due volte», affermava sant’Agostino. O almeno così gli ha fatto dire la tradizione, riassumendo in una frase “ad effetto” le belle pagine che il vescovo di Ippona ha dedicato alla musica e al canto come strumenti privilegiati per lodare Dio con giubilo. Una convinzione che il retore di Tagaste, come ricorda nelle sue Confessioni, maturò dopo aver ascoltato nelle chiese di Milano gli inni che lo stesso Ambrogio aveva composto…

Proprio uno dei luoghi-simbolo della fede milanese, il chiostro di Sant’Eustorgio dove s’affaccia il Museo Diocesano, ospita per il mese di giugno un ciclo di importanti eventi musicali a carattere spirituale, con artisti e gruppi di fama mondiale che interpretano le diverse tradizioni delle grandi religioni.

«A World supreme. Musiche della spiritualità» è infatti il titolo della rassegna, realizzata nell’ambito dell’Esposizione internazionale promossa dalla Triennale di Milano, giunta alla sua ventunesima edizione (ma dopo una pausa di ben due decenni), che si articola in un ricco programma di mostre, festival e convegni diffusi in tutto il capoluogo lombardo e nelle sue principali istituzioni culturali e museali, fino alla Villa Reale di Monza, sede storica delle prime esposizioni (tutte le informazioni su www.triennale.org ).

La musica sacra, dunque, torna a risuonare nel chiostro dell’antico convento domenicano di Sant’Eustorgio, per secoli luogo di preghiera e di vita spirituale, che oggi accoglie la bellezza e la storia dell’arte ambrosiana. In quel Museo Diocesano, progettato fin dai tempi di Schuster e di Montini, e realizzato durante l’episcopato di Martini, che in questi mesi sta festeggiando i suoi primi quindici anni di vita.

Il programma di concerti è stato aperto venerdì scorso da una perfomance dei Radiodervish, un gruppo nato dal sodalizio artistico tra Nabil Salameh e Michele Lobaccaro che si pone come “ponte” fra Oriente e Occidente, in una miscela di tradizioni e di culture che gli stessi musicisti amano chiamare «Cantautorato mediterraneo».

Il prossimo appuntamento, previsto per venerdì 10 giugno, sarà invece con l’Ensemble de Musique Sacrée di Tangeri. La celebre orchestra marocchina proporrà un repertorio di brani, sia strumentali che vocali, appartenenti alle tre culture monoteiste da secoli presenti in quest’area dell’Africa settentrionale. Le composizioni originali, infatti, con gli arrangiamenti di Jamal Ouassini, appaiono come una tessitura musicale che unisce in perfetta armonia le melodie e i canti provenienti dal repertorio ebraico sefardita, da quello medievale cristiano e da quello arabo andaluso.

Martedì 14 giugno toccherà a Ballakè Sissoko guidare il pubblico alla scoperta delle sonorità dell’Africa subsahariana. Classe 1968, originario del Mali, Sissoko è un virtuoso della kora, l’arpa-liuto che è lo strumento tradizionale dell’etnia mandinga, le cui antichissime melodie, legate al mondo del mito e dei cantastorie, sono oggi arricchite da nuovi echi.

Serata che si preannuncia eccezionale sarà anche quella di martedì 21 giugno, quando i monaci di Tashi Lhunpo, uno dei maggiori centri monastici del buddismo tibetano (sede del Pachen Lama, secondo leader spirituale per importanza dopo il Dalai lama), si esibiranno in un coro di voci, fra danze sacre e maschere tipiche della tradizione del Tibet, dal suggestivo potere evocativo.

Il programma si concluderà giovedì 30 giugno con Evelina Meghnagi, una delle interpreti di riconosciuto talento delle melodie della tradizione sefardita e yemenita, che insieme ai musicisti dell’Ashira Ensemble accompagnerà gli ascoltatori in un viaggio tra le pieghe meno note dell’universo musicale ebraico sulle diverse sponde del Mediterraneo, ora dolce ora squillante, malinconico eppure festoso.

Voci e suoni, questi che risuoneranno al Museo Diocesano, che raccontano dei bisogni e delle ricerche spirituali di popoli lontani e di civiltà diverse. Eppure tutti accomunati in quell’unico desiderio di dialogo col divino, nella consapevolezza dei propri limiti umani, nella gioia di riconoscersi creature, destinati all’infinito e all’eternità.

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