Al Pirellone una selezione di 150 scatti del grande fotografo bergamasco raccontano il recente passato della nostra regione.

di Luca FRIGERIO
Redazione

Un uomo e una donna, gli occhi bassi, i volti pensosi, vengono avanti su un terreno sterrato. Alle loro spalle una città in bilico fra passato e futuro, indecisa fra vecchio e nuovo, dove il grattacielo più alto d’Europa, il “Pirellone”, pare poggiare direttamente sulle case di ringhiera, le sue strutture di vetro e cemento specchiarsi in pozzanghere di fango. I tratti marcati, un certo spaesamento che sembra ritrosia, denunciano questo padre e questa madre, un bimbo al collo, per quello che sono: degli emigranti, sbarcati alla metà degli anni Sessanta nella metropoli lombarda. Giovani, soli, già rassegnati. Quasi una “sacra famiglia” dei tempi moderni, anch’essa forse respinta, anch’essa forse in fuga…

Come soltanto i grandi fotografi sanno fare, Pepi Merisio racconta con un unico scatto una storia intensa e complessa, l’amarezza di speranze deluse, la difficoltà di una vita diversa da quella attesa. E lo fa con pudore, senza denunce urlate, con il rispetto di chi riesce a comprendere, di chi si ritrova intellettualmente, forse persino emotivamente coinvolto, perchè non si nasconde dietro la sua macchina fotografica, nè si limita a riprodurre, asetticamente, la realtà così come è. O come appare. Un’immagine, questa, che dice più di un trattato di sociologia. Un’istantanea che è stata scelta come manifesto della mostra antologica che la Regione, proprio nella sua sede, in quel grattacielo Pirelli, dedica oggi all’ottantenne fotografo bergamasco.

Centocinquanta foto, realizzate per lo più fra gli anni Sessanta e Settanta, a comporre una rassegna che s’intitola «Ieri in Lombardia». Un viaggio nella memoria, certo, un reportage di un passato che è ancora prossimo, che chiunque non sia giovanissimo può sentire come proprio, familiare, vissuto. Una sorta di “amarcord” fra luoghi noti, mutati o immutati; fra paesaggi nostrani, stravolti o preservati; fra personaggi anonimi, ma che ciascun spettatore sa, in fondo, di aver conosciuto. E tuttavia c’è ancora di più del ricordo e della nostalgia, in questi splendidi scatti di Pepi: l’anima, dietro a ogni volto.

Riservato per indole, capace di cogliere l’attimo e le atmosfere come pochi, Merisio è uno dei riconosciuti maestri dell’arte della fotografia, e non solo italiana, degno erede di un Eugene Smith, stimato collega di un Cartier Bresson. I suoi servizi hanno contribuito a far conoscere i tanti aspetti del nostro Paese nel mondo, le sue immagini hanno illustrato l’Italia del boom, dei cambiamenti epocali, delle grandi migrazioni interne.

Ma figlio della bassa bergamasca, nato all’ombra di uno dei santuari mariani lombardi più amati, quello di Caravaggio, Pepi Merisio ha ritratto innanzitutto proprio quel piccolo mondo antico che gli è caro, fatto di cascine, di lavoro nei campi, di tradizioni tramandate di generazione in generazione, di rosari mormorati… Un mondo per lo più scomparso, che persiste talora come una reliquia, ma che la modernità ha inesorabilmente fagocitato, e che queste sue immagini delicate, a tratti sbiadite, spesso commoventi, testimoniano con la grazia del cuore, prima ancora che con l’esattezza del reperto documentario.

Donne chine in riva ai torrenti a lavare i panni. Gli uomini in osteria, la domenica, a giocare a carte, il vestito buono della messa ancora addosso. Bambini dai musi furbi che giocano con niente, che si divertono con tutto. E poi le processioni sugli acciottolati di borghi silenziosi, gli ambulanti con le loro mercanzie, gli artigiani con i loro attrezzi, i nonni e i nipoti, ognuno con i propri sogni… Una Lombardia da scarpe grosse e cervello fino, da guance arrossate dal freddo, da mani screpolate dal duro lavoro. Una Lombardia lontana, sepolta in qualche album dei ricordi. Eppure era solo ieri.

La mostra Pepi Merisio. Ieri in Lombardia, a cura di Giovanni Gazzaneo e della Fondazione Crocevia, è aperta fino al 31 dicembre 2010 a Milano presso lo Spazio Eventi del grattacielo Pirelli (ingresso da via Filzi): da martedì a venerdì dalle 15 alle 19; sabato e domenica dalle 10 alle 19. L’entrata è libera. Un uomo e una donna, gli occhi bassi, i volti pensosi, vengono avanti su un terreno sterrato. Alle loro spalle una città in bilico fra passato e futuro, indecisa fra vecchio e nuovo, dove il grattacielo più alto d’Europa, il “Pirellone”, pare poggiare direttamente sulle case di ringhiera, le sue strutture di vetro e cemento specchiarsi in pozzanghere di fango. I tratti marcati, un certo spaesamento che sembra ritrosia, denunciano questo padre e questa madre, un bimbo al collo, per quello che sono: degli emigranti, sbarcati alla metà degli anni Sessanta nella metropoli lombarda. Giovani, soli, già rassegnati. Quasi una “sacra famiglia” dei tempi moderni, anch’essa forse respinta, anch’essa forse in fuga… Come soltanto i grandi fotografi sanno fare, Pepi Merisio racconta con un unico scatto una storia intensa e complessa, l’amarezza di speranze deluse, la difficoltà di una vita diversa da quella attesa. E lo fa con pudore, senza denunce urlate, con il rispetto di chi riesce a comprendere, di chi si ritrova intellettualmente, forse persino emotivamente coinvolto, perchè non si nasconde dietro la sua macchina fotografica, nè si limita a riprodurre, asetticamente, la realtà così come è. O come appare. Un’immagine, questa, che dice più di un trattato di sociologia. Un’istantanea che è stata scelta come manifesto della mostra antologica che la Regione, proprio nella sua sede, in quel grattacielo Pirelli, dedica oggi all’ottantenne fotografo bergamasco. Centocinquanta foto, realizzate per lo più fra gli anni Sessanta e Settanta, a comporre una rassegna che s’intitola «Ieri in Lombardia». Un viaggio nella memoria, certo, un reportage di un passato che è ancora prossimo, che chiunque non sia giovanissimo può sentire come proprio, familiare, vissuto. Una sorta di “amarcord” fra luoghi noti, mutati o immutati; fra paesaggi nostrani, stravolti o preservati; fra personaggi anonimi, ma che ciascun spettatore sa, in fondo, di aver conosciuto. E tuttavia c’è ancora di più del ricordo e della nostalgia, in questi splendidi scatti di Pepi: l’anima, dietro a ogni volto. Riservato per indole, capace di cogliere l’attimo e le atmosfere come pochi, Merisio è uno dei riconosciuti maestri dell’arte della fotografia, e non solo italiana, degno erede di un Eugene Smith, stimato collega di un Cartier Bresson. I suoi servizi hanno contribuito a far conoscere i tanti aspetti del nostro Paese nel mondo, le sue immagini hanno illustrato l’Italia del boom, dei cambiamenti epocali, delle grandi migrazioni interne. Ma figlio della bassa bergamasca, nato all’ombra di uno dei santuari mariani lombardi più amati, quello di Caravaggio, Pepi Merisio ha ritratto innanzitutto proprio quel piccolo mondo antico che gli è caro, fatto di cascine, di lavoro nei campi, di tradizioni tramandate di generazione in generazione, di rosari mormorati… Un mondo per lo più scomparso, che persiste talora come una reliquia, ma che la modernità ha inesorabilmente fagocitato, e che queste sue immagini delicate, a tratti sbiadite, spesso commoventi, testimoniano con la grazia del cuore, prima ancora che con l’esattezza del reperto documentario. Donne chine in riva ai torrenti a lavare i panni. Gli uomini in osteria, la domenica, a giocare a carte, il vestito buono della messa ancora addosso. Bambini dai musi furbi che giocano con niente, che si divertono con tutto. E poi le processioni sugli acciottolati di borghi silenziosi, gli ambulanti con le loro mercanzie, gli artigiani con i loro attrezzi, i nonni e i nipoti, ognuno con i propri sogni… Una Lombardia da scarpe grosse e cervello fino, da guance arrossate dal freddo, da mani screpolate dal duro lavoro. Una Lombardia lontana, sepolta in qualche album dei ricordi. Eppure era solo ieri. La mostra Pepi Merisio. Ieri in Lombardia, a cura di Giovanni Gazzaneo e della Fondazione Crocevia, è aperta fino al 31 dicembre 2010 a Milano presso lo Spazio Eventi del grattacielo Pirelli (ingresso da via Filzi): da martedì a venerdì dalle 15 alle 19; sabato e domenica dalle 10 alle 19. L’entrata è libera. –

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