Alla Galleria dei Gesuiti di Milano le opere e le installazioni degli artisti Under 35 che sono stati selezionati nell'ultima edizione del Premio Arti Visive San Fedele. Tra ricordi domestici, migrazioni, tragedie del passato.

di Luca FRIGERIO

San Fedele Marcinelle Piazzi

“Esodo” è il nome di un libro della Bibbia, che racconta l’epopea del popolo di Israele in cerca della terra promessa. Una storia di speranza, di delusioni, di attese. Ma “esodo” è anche parola d’attualità, ripetuta nelle cronache di migrazioni forzate e disperate, di genti in fuga da guerre e carestie, verso il miraggio di una vita migliore. Termine svilito, persino, quando con scarsa fantasia e abbondante retorica lo si associa, ad esempio, allo svuotamento delle città in occasione delle ferie estive…

Uscire, andare, raggiungere. Attorno al tema dell’esodo, letto come “Cammini di liberazione”, hanno lavorato i giovani artisti selezionati per l’ultima edizione del Premio arti visive San Fedele, storico e prestigioso concorso promosso dai gesuiti milanesi che ha il coraggio di affrontare le questioni fondamentali del nostro tempo dando spazio e visibilità a nuovi talenti. Giovani che, come sempre, sono stati accompagnati nel loro percorso creativo anche da teologici, filosofi, sociologi, critici d’arte.

Saba Masoumian è la prima classificata. Iraniana, classe 1982, si è laureata in grafica a Teheran, prima di studiare pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove oggi vive e lavora. I suoi lavori hanno già ricevuto premi e riconoscimenti in Italia e nel mondo, da Tokyo a Belgrado. Al San Fedele ha portato una video-installazione, che mostra ambienti domestici ricreati con l’abilità miniaturistica e iperrealistica dei ceroplasti barocchi. Un piccolo mondo claustrofobico, che trasuda quotidianità e vissuto, su cui lo scorrere del tempo ha lasciato una patina grassa, oleosa, in cui si invischiano ricordi e memorie, come insetti.

L’esodo di Masoumian è innanzitutto verso se stessa, come alla ricerca di una via di fuga, di un’uscita di sicurezza per l’anima. Nelle sue stanze non ci sono presenze umane, ma solo oggetti e simboli, spesso posti in un dialogo surreale, e che tuttavia evocano momenti di vita dell’artista, tappe fondamentali della sua pur giovane esistenza, ansie, desideri, speranze. Sofferenze e gioie, rabbia e tenerezza. Come gli israeliti nel deserto, alle prese con la fame, e poi con la dolcezza di un pane caduto dal cielo…

Per molti, in questi anni, la terra promessa è diventata il nostro Paese. Uomini e donne emigrati in Italia, chi arrivato su un barcone con la forza della disperazione, ma anche chi attirato da una grande tradizione culturale, da una consonanza intellettuale. Persone a cui Amedeo Abello, trentenne di Torino, fotografo specializzato in comunicazione visiva, ha dato un volto e un nome, una firma e una storia.

La sua installazione, premiata con il secondo posto dal San Fedele, è come una nuvola di cartoline sospese a mezz’aria, in cui il visitatore è chiamato a immergersi, quasi ritrovandosi in una piazza affollata. Da un lato i ritratti, a metà viso, sugli sfondi sfocati di una porzione di vita. Dall’altro, i loro saluti, le loro impressioni, le loro raccomandazioni a parenti e amici lontani, nella lingua d’origine. Con la fatica e la felicità di chi si trova in terra straniera, fra continue scoperte e malcelate insofferenze, fra abbracci e ripulse. In un dialogo non facile, come rivelano quegli occhi chiusi, quegli sguardi sfuggenti. E che tuttavia arricchisce, nella molteplicità dei punti di vista.

L’esodo raccontato da Matilde Piazzi, invece, è quello di altri emigranti, negli anni Cinquanta del secolo scorso: italiani, questa volta. Nostri connazionali, nostri «fratelli», come ricorda l’inno di Mameli. Uomini giovani e forti che nel secondo dopoguerra, nel pieno del boom economico, hanno dovuto lasciare le loro case e le loro famiglie per scendere nell’oscurità delle miniere di carbone in Belgio. Fino all’olocausto di Marcinelle, alla tragedia dei martiri – come titolarono i giornali dell’epoca – rimasti tra le macerie delle gallerie crollate e dei pozzi incendiati.

Esattamente a sessant’anni di distanza, Piazzi, che con questa sua opera si è aggiudicata il Premio Paolo Rigamonti, rivisita le immagini dei rotocalchi di quelle settimane sovrapponendole con le foto raccolte negli album di famiglia di chi è stato toccato dai lutti. In un collage, allora come oggi, allucinato e isterico, dove accanto alle bare affiorano i profili ammiccanti dei divi più popolari, insieme alle membra inerti delle vittime si disegnano le linee sinuose delle automobili di lusso, le pubblicità dei profumi, dei moderni frigoriferi, emblema di una società sdoppiata che non sa se ridere o piangere, di una vita dissociata fra segni di morte e l’oblio del piacere.

L’esodo chiede spesso di affrontare l’ignoto, o di mettersi in modo nuovo e diverso su strade già percorse. Occorre coraggio, e soprattutto fiducia. Quella che ebbe Abramo quando il Signore gli chiese di uscire dalla sua terra e dalla sua patria, per camminare verso una nuova meta. Davvero libero, infine.

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