L'indimenticabile testimonianze letteraria e umana della scrittrice sudafricana in un incontro avvenuto a Milano alcuni anni fa.

di Giovanni GUZZI

Gordimer

È bello vivere nelle vicinanze di Milano, perché a chiunque, non solo a chi appartiene ad élites più o meno esclusive, la città offre la possibilità di fare incontri significativi. Così, appresa la notizia della morte, lo scorso 13 luglio, di Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana (è nata nel 1923 nella regione del Transvaal) premio Nobel per la letteratura nel 1991 ed attivista contro l’apartheid, la memoria è subito corsa al gennaio di sette anni fa quando ho avuto l’occasione di conoscerla di persona.

Era venuta a Milano per l’iniziativa “Libri a Palazzo Clerici” nell’ambito della quale, fra gli stucchi dorati e gli specchi della sede dell’Ispi (Istituto Studi di Politica Internazionale) che organizzava l’appuntamento, prima di rispondere alle domande del pubblico intervenuto, lei stessa aveva letto un brano tratto dalla raccolta di racconti “Il Salto” (Jump and Other Stories, 1992) di cui l’Universale Economica Feltrinelli pubblicava in quell’anno la riedizione.

Diversamente da quanto accade per molti autori, che si ostinano a leggere i propri testi pur non possedendo i requisiti per farlo in modo adeguato, la sua lettura in inglese, anche per me che non padroneggio con disinvoltura questa lingua, è risultata chiarissima, incisiva ed emotivamente coinvolgente.

Una lettura che mi ha impresso nell’animo, al punto da non poterla più dimenticare soffrendone ancor oggi ogni volta che vi torno col pensiero, la drammatica vicenda dei fuggiaschi dalla guerra civile fra le fazioni del Frelimo e della Renamo che ha insanguinato per decenni il Mozambico dopo l’indipendenza dal Portogallo.

Anche in questo momento in cui ne scrivo rivedo distintamente davanti agli occhi, evocata dal racconto della Gordimer, la tragedia di queste persone di ogni età entrate nei confini del Sudafrica attraversando la splendida natura del Kruger Park ma senza alcuna possibilità di ammirarla. Ne vedo i corpi distrutti dal dolore e dalla fatica che si trascinano fra la vegetazione. Le seguo mentre silenziose nella notte, come fantasmi quali davvero ormai sono, devono porre attenzione ad evitare gli accampamenti dei turisti per non essere catturati e respinti dalle guardie del Parco. Ne “sento” la sofferenza per i morsi della fame che le prende allo stomaco nel momento in cui arriva alle loro narici l’odore della carne cucinata sui fuochi che allietano le serate di chi si trova in vacanza dove loro, invece, cercano una speranza per aver salva la vita.

Una speranza che non è per tutti e che può porre un’anziana donna nella straziante necessità di dover abbandonare il suo uomo che non riesce più a camminare per portare in salvo i tre nipoti, ben consapevole che chi si è lasciata alle spalle fra la vegetazione sarà ben presto preda delle minacce dell’ambiente selvaggio in cui si trovano e che dà angoscia anche soltanto il nominarle (e perciò non le nomino).

Una donna che non abbiamo mai visto, una come tante che nel mondo vivono situazioni altrettanto drammatiche e che qualcuno potrebbe obiettare che è impossibile sentire vicine.

Ed invece possibile lo è, anche grazie alla capacità della Gordimer di farsi carico di queste sofferenze affiancando al talento letterario, che grazie ai suoi libri non viene meno con lei, il coraggioso impegno civile che ne ha caratterizzato l’intera vita perché, come ha dichiarato nel discorso di accettazione del Nobel, era convinta che uno scrittore «è un essere umano responsabile, che deve agire con responsabilità all’interno di un contesto sociale».

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