A lungo esposti nel santuario di Santa Maria del Monte, oggi i resti del grande coccodrillo sono presentati al Museo Baroffio in una curiosa mostra che racconta di tradizioni, leggende e simboli. In un viaggio che collega anche altri luoghi di culto mariani in Italia.

di Luca FRIGERIO

Museo Baroffio Varese

Coccodrilli in Canton Ticino? Improbabile. Anzi, incredibile. Eppure le vecchie cronache raccontano di un mostruoso “lucertolone” che s’aggirava fra le radure del Malcantone, facendo strage di bestiame e terrorizzando la popolazione locale. Fino a quando un giovanotto di Breno, come novello san Giorgio, pur senza cavallo bianco e armato di un prosaico forcone, ebbe il coraggio di affrontare il temibile rettile, uccidendolo. E per rendere grazie dello scampato pericolo, la carcassa della bestia venne donata al santuario al culmine del Sacro Monte di Varese, dove rimase esposta fino agli inizi del Novecento.

Oggi il coccodrillo “prealpino”, o almeno quel che ne resta, riemerge dai depositi del Museo Baroffio e diventa oggetto di una piccola mostra che cerca di svelare i misteri – è proprio il caso di dirlo – che nei secoli hanno avvolto questa insolita presenza e che si intrecciano con le vicende stesse di Santa Maria del Monte. Un viaggio suggestivo fra simbologie e tradizioni, leggende e iconografie, che solleticherà la curiosità dei grandi e affascinerà i bambini (per i quali, infatti, sono state pensate apposite iniziative).

Il racconto del “mostro di Breno”, del resto, appare come una rielaborazione piuttosto moderna di un’antica voce popolare, la cui , tuttavia, non è possibile collocare cronologicamente, se non in modo approssimativo. Senza contare le versioni diverse e contrastanti della vicenda, che videro ad esempio gli abitanti di Dumenza rivendicare la cattura e l’offerta della feroce creatura…

Creatura la cui origine, ancora nel Settecento, si riteneva inoltre del tutto autoctona: nata vicini al Sacro Monte stesso, come ipotizzava l’allora prefetto della Biblioteca Ambrosiana, Niccolò Sormani. Ma che gli esperti, in attesa di più approfondite analisi scientifiche (peraltro già in programma presso il Museo di Storia Naturale di Milano, seppur bisognose di sponsor), hanno ormai identificato in un tipico esemplare di coccodrillo del Nilo, di circa tre metri di lunghezza. Che potrebbe essersi avventurato fra i corsi d’acqua del Malcantone, dunque, dopo esser fuggito da un serraglio di qualche “villa di delizie” ticinese, considerando la moda diffusa fra la nobiltà del secolo dei Lumi di collezionare gli animali più strani ed esotici.

Ipotesi, suggestioni, congetture. Quel che è certo, invece, è che l’esposizione in chiese e santuari di coccodrilli non era affatto rara, ed è anzi testimoniata fin dal Medioevo. Questi grandi rettili, infatti, con le loro squame, con le loro poderose mascelle (e quindi con la loro feroce voracità), con il loro aspetto preistorico (per cui ancor oggi sono considerati dalla zoologia alla stregua di “fossili viventi”), apparivano quanto più di simile vi fosse in natura ai mitici draghi, e quindi l’incarnazione stessa del male e della sua forza distruttiva.

Complice anche il fatto che, nella versione greca della Bibbia, proprio il termine drákon è usato indistintamente per tradurre tutti i rettili più pericolosi, dal fantastico mostro marino chiamato Leviatàn ai serpenti velenosi, fino al coccodrillo stesso, appunto, che i profeti associano al faraone d’Egitto e al re di Babilonia, quindi ai nemici mortali di Israele.

Sconfiggere la bestia, drago o coccodrillo che sia, diventa allora simbolicamente far trionfare il bene sul male. Impresa a cui si accinse una schiera di santi, da Giorgio a Silvestro, ma anche di eroine, da Marta di Betania a Margherita d’Antiochia, sempre con l’aiuto di Dio: come del resto fece lo stesso giovane di Breno che, prima di affrontare il mostro, come si legge, partecipò alla messa e si fece benedire dal suo parroco…

Diversi, dunque, sono i sacri edifici che ostentavano tali rettili impagliati e imbalsamati (o anche solo ossa e squame), solitamente incatenati e fra le volte, sopra i fedeli stessi, accompagnati dalle storie più fantasiose. Restando in Lombardia, oggi il coccodrillo più celebre è forse quello presente nel santuario mantovano della Madonna delle Grazie a Curtatone, ma un esemplare ben conservato si può osservare, ad esempio, anche a Ponte Nossa, in Val Seriana.

Luoghi di devozione mariana, per lo più. E non a caso, naturalmente, se si considera che proprio la Vergine, quale nuova Eva e corredentrice, è chiamata a calpestare “l’antico serpente”, il demoniaco rettile che insidia l’umanità dalla Genesi all’Apocalisse. Come osserviamo anche nella tradizione di Santa Maria del Monte sopra Varese, dove nell’antica e venerata statua del santuario, la Madre con in grembo il figlio Gesù schiaccia sotto i suoi piedi un mostriciattolo: basilisco o drago dal vago aspetto di coccodrillo, appunto.

In occasione della mostra “Il coccodrillo di Santa Maria del Monte”, 
aperta fino al prossimo 25 settembre,
il Museo Baroffio organizza visite guidate per adulti e bambini.
Orari: da martedì a domenica, dalle 15 alle 18.30
(giovedì, sabato e domenica anche dalle 9.30 alle 12.30);
lunedì chiuso.
Info: tel. 0332.212042 – www.museobaroffio.it 

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