In un incontro a Saronno (ore 17), promosso dall'Associazione Maruti, Luca Frigerio guida alla scoperta dello straordinario capolavoro di Michelangelo Merisi (conservato all'Ambrosiana), ricco di significati simbolici e religiosi. Un appuntamento ideato in conclusione di Expo 2015. Ingresso libero.

Canestra Caravaggio Ambrosiana

“La Canestra di frutta” dipinta da Caravaggio attorno al 1595 e donata alla Pinacoteca Ambrosiana dal suo stesso fondatore, il cardinale Federico Borromeo, sarà al centro di un nuovo incontro del ciclo “Arte, cibo dell’anima”, curato da Luca Frigerio, autore del libro Caravaggio. La luce e le tenebre, ideato in occasione di Expo 2015.

L’appuntamento è per domenica 8 novembre, alle ore 17, a Saronno, presso l’Auditorium Aldo Moro (dietro il Santuario della Beata Vergine dei Miracoli), promosso dall’Associazione Culturale Paolo Maruti (per info, tel. 02.960.32.49; www.associazionemaruti.it )

Ingresso gratuito.

Luca Frigerio guiderà il pubblico alla scoperta della ricca simbologia di questo capolavoro di Michelangelo Merisi, invitando a scoprirlo con lo “sguardo” del cardinal Borromeo.

Scriveva l’arcivescovo con un misto di rimpianto e di commozione, a proposito di quella splendida tavola che già allora considerava come la gemma più preziosa della sua collezione d’arte. Magnifica, inarrivabile solitudine di un capolavoro che ha segnato non solo l’affermarsi di un nuovo genere nella pittura, la cosiddetta “Natura morta”, ma probabilmente la nascita stessa dell’arte modernamente intesa.

Partecipare a questo incontro può essere l’occasione per osservare con sguardo finalmente diverso la celebrata Canestra, così come le molte nature morte che, non certo per caso, trionfano al principio del XVII secolo. Scoprendone, cioè, gli autentici significati di fondo, le forti valenze simboliche ben al di là di un superficiale gradimento estetico.

Perché, infatti, bisognerebbe chiedersi, un umanista e teologo del calibro di Federico Borromeo amava in tal modo quest’opera di Caravaggio? Per la sua bellezza? Senza dubbio. Perché, come confidava egli stesso, portava una nel suo studio? Certo. Ma c’è ben altro, evidentemente…

In quei frutti, come nei fiori meticolosamente dipinti da un altro prediletto del Borromeo, il fiammingo Juan Brueghel, vi è infatti la sintesi e la visualizzazione di alcune delle più belle pagine bibliche, dal Cantico dei cantici al vangelo di Matteo. Vi è l’ammirazione per il Creato, e la lode al Creatore, secondo le riflessioni dei Padri della Chiesa, e di sant’Ambrogio su tutti, con il suo Exameron, testo che Federico conosceva alla perfezione. E poi vi è la consolazione della divina Provvidenza, che attraverso la natura spontaneamente offre all’uomo di che nutrirsi: frutti semplici, sobri, ma gustosi, così prossimi a quell’Humilitas del motto borromaico.

Eppure, a ben vedere, i frutti nella cesta caravaggesca appaiono non perfetti, alcuni troppo maturi, altri perfino bacati. È un altro “messaggio”, desunto anch’esso dalle Sacre Scritture, quello della caducità delle cose terrene, un memento sulla stessa natura umana, mortale e corruttibile. Debolezza che tocca tutti, anche i più santi fra gli uomini. 

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