Secondo le stime della Fao aumenta di oltre 40 milioni il numero di persone che ne soffrono. La Caritas Italiana: «Lo scandalo del nuovo millennio»


Redazione

11/12/2008

a cura di Patrizia CAIFFA

L’aumento di altri 40 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo, quasi a sfiorare il miliardo, «è lo scandalo del nuovo millennio. Ora è chiaro che non sarà più possibile dimezzare la cifra entro il 2015. E dispiace se la crisi finanziaria globale diventa un alibi per non raggiungere il risultato. Questo non è accettabile. Oltretutto il numero dei poveri assoluti rischia di raddoppiare nel prossimo anno, se non si prendono iniziative concrete».

A parlare è Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale della Caritas Italiana, commentando le stime preliminari del rapporto della Fao, che denuncia la presenza di 963 milioni di persone sottonutrite nel mondo, in aumento rispetto ai 923 milioni del 2007, soprattutto a causa dell’impennata dei prezzi delle materie prime agricole. Secondo l’agenzia Onu, la crisi finanziaria ed economica potrebbe far crescere ulteriormente questa cifra.

Vi aspettavate un aumento del genere?
Purtroppo sì, perché i segnali che ci arrivavano dalle Caritas nel mondo andavano in questa direzione. È un dato inquietante che rattrista, rammarica e preoccupa molto, anche per gli sviluppi futuri dovuti alla crisi finanziaria ed economica globale. Al fenomeno dei prezzi molto alti del cibo purtroppo si somma l’effetto della recessione globale. Se non si prendono iniziative decise le prospettive per il futuro rischiano di essere ancora più nere.

Nel 2008 c’è stato però un lieve calo dei prezzi dei generi alimentari…
Va un po’ a macchia di leopardo. In alcune zone del mondo il calo dei prezzi c’è stato, ma molto lieve. In altre parti i prezzi restano alti e in leggero aumento. Mediamente si può dire che c’è un leggero ribasso, ma non è paragonabile al ribasso del prezzo del petrolio, da 50 a 40 dollari al barile. Qui si parla solo di una riduzione dal 5 al 20% in alcuni Paesi, mentre in altri si mantengono i picchi di qualche mese fa. Se anche questi prezzi dovessero diminuire, con gli effetti della recessione (disoccupazione, riduzione di reddito, deflazione), potrebbero crearsi ulteriori scenari negativi. Tutti quelli che vivono con meno di 1 dollaro al giorno (1 miliardo e 300 milioni), e con meno di due dollari al giorno (circa 3 miliardi), sono a rischio. Il numero dei poveri assoluti rischia di raddoppiare nel prossimo anno se non si prendono iniziative concrete.

Quali ripercussioni dall’aumento dei prezzi delle sementi, per esempio?
Ci segnalano che interi gruppi di persone hanno dovuto e devono utilizzare oggi le sementi per consumo alimentare. Questo vuol dire che in futuro non avranno i raccolti, o non tutti i raccolti che avrebbero avuto. Penso all’Afghanistan o ad alcune zone dell’Africa e dell’Asia, dove il danno non è ancora esploso, ma tra qualche mese porterà molte famiglie a emigrare o alla vera e propria fame.

Secondo la Fao, l’alto prezzo delle derrate potrebbe però diventare un’opportunità di sviluppo per i piccoli agricoltori poveri. È possibile?
È possibile, ma improbabile. Gli studi dicono che l’aumento dei prezzi generalmente non si trasferisce ai piccoli produttori. Se si vende il prodotto al mercato internazionale a un prezzo più alto, generalmente il piccolo produttore ha lo stesso beneficio di prima. Quindi non è un incentivo per nuovi sviluppi, nuovi investimenti, creazione di posti di lavoro. Ci sono delle eccezioni, a seconda dei Paesi o delle colture, ma generalmente la nostra esperienza ci dice che chi ne beneficia sono gli speculatori, cioè coloro che comprano agli stessi prezzi di prima e rivendono a prezzi molto più alti. Il vero guadagno va agli intermediari, abili e scaltri.

L’Onu propone una duplice azione contro la fame nel mondo: rafforzare il settore agricolo e aiutare i piccoli produttori; aumentare la produttività fornendo sementi, fertilizzanti e macchine agricole. È una strategia valida?
La prima parte sì, la seconda anche, purché non diventi una sorta di lasciapassare per certi tipi di sementi, per esempio gli Ogm, e certi tipi di fertilizzanti e antiparassitari. Queste politiche devono essere prese con dei “distinguo” molto precisi, altrimenti si danneggiano i piccoli produttori. Sappiamo benissimo che le sementi Ogm creano dipendenza nel medio e lungo periodo o fenomeni come i suicidi dei contadini in India, perché non riescono a pagare i debiti fatti per l’acquisto. Va bene come programma generale, ma deve essere declinato su base regionale e zonale.

Per la Fao servirebbero 30 miliardi di dollari l’anno. Possibile che i governi non vogliano fare questo piccolo investimento per il bene di tutti?
Che non ci siano 30 miliardi di dollari l’anno, in aggiunta ai 100 miliardi di dollari l’anno necessari contro la povertà, sembra assurdo. Solo per il salvataggio dei principali gruppi bancari americani sono stati messi a disposizione 700 miliardi di dollari. In Europa sono stati stanziati 200 miliardi di dollari come primissima iniziativa. Ora entrambi stanziano altre centinaia di miliardi di dollari per il rilancio delle imprese e dell’economia reale. Se sommiamo tutte queste risorse andiamo a cifre da capogiro. Sembra un discorso miope non capire che rilanciare anche la domanda del Sud del mondo può essere addirittura uno strumento utile anche per il Nord. D’altra parte è un ritornello già pronunciato diverse volte, quindi se non ci hanno mai sentito per diversi anni sarebbe strano che ci possano sentire adesso. Ma non vorrei essere troppo pessimista.

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