Ogni giorno migliaia di persone in fila per un piatto caldo: non hanno famiglia, casa, un lavoro per mantenersi o un medico che li possa curare. L'Opera San Francesco garantisce 2.500 pasti, 160 visite con i dottori e più di 200 docce. Ma come vivono il periodo di festa?


Redazione

19/12/2008

di Alen CUSTOVIC

Il Natale è alle porte e, malgrado la crisi, a Milano non mancano acquisti e nastri colorati. Accanto alle luci che illuminano le strade esiste però un’altra città, sconosciuta ai più, perché umile e silenziosa: è la Milano dei poveri. Giovani o anziani, italiani o immigrati, sono persone che non hanno famiglia, non hanno casa, non hanno un lavoro per mantenersi o un medico che li possa curare.

Cosa faranno queste persone per Natale? Con chi e dove saranno? «Non lo so – risponde Marco, che fino a qualche anno fa conduceva una vita normale, ma poi ha perso il lavoro e sono cominciati i guai -. Il Natale è sempre importante, per carità, ma per me è un altro giorno nel quale devo tirare fino a sera… Quando non hai dove dormire la notte è fredda, la vita diventa ancora più dura e tutto questo ti insegna a non pensare troppo in avanti, ma a vivere giorno per giorno…».

Quest’inverno Marco ha un letto nella casa di un amico un po’ più fortunato di lui, perché ha un tetto, mentre d’estate dorme per strada. Fatica a raccontare del suo passato, preferisce parlare del tempo che fa e della «politica che non va mai bene».

A molti potrà sembrare incredibile che a due passi dal centro di Milano, per esempio in corso Concordia, alla mensa dell’Opera San Francesco per i poveri, ogni giorno vengano sfamate migliaia di persone che altrimenti non saprebbero come fare. Ma se ci si sofferma un po’ di più, ecco che accanto a un mondo e a un tempo fatto di canzoncine e di regali scartati, emerge un altro mondo fatto di moltitudini di uomini e donne in fila con vassoi, piatti e posate di plastica per mangiare. Esiste dunque anche qui tra noi, e non necessariamente in un mondo lontano, “terzo”, un universo “invisibile” di persone per le quali il Natale ha un significato molto diverso, forse più essenziale.

«Non so dove starò per Natale – dice Janka, una signora ungherese sulla cinquantina, rimasta senza lavoro quando l’anziano di cui si prendeva cura è morto e lei non ha più potuto rinnovare il permesso di soggiorno -. Quello dell’anno scorso l’ho passato con un panino in mano sotto una fermata dell’Atm. Non so…». Sorridendo ironicamente, aggiunge: «Anche Gesù era povero… Forse essere poveri è davvero un vantaggio… La cosa che fa paura però è la miseria… Non so, forse anche il prossimo Natale lo passerò con un panino in mano. L’importante è la salute…».

«Fino a Natale c’è ancora tempo – dice Antonio, immigrato dal Meridione tanti anni fa -. Un giorno è lungo e possono succedere tante cose… Non ho molta scelta. Posso starmene da solo da qualche parte, oppure in compagnia di qualcuno come me… Parenti stretti in vita non ne ho più e quei pochi che sono rimasti stanno lontano…».

«Cosa devo fare…», racconta Irma, un’anziana signora che va alla mensa dei poveri anche se a vederla sembra una delle tante signore che prendono l’autobus per fare un po’ di spesa. «Non è mica difficile ridursi così – racconta -, basta che ti muore il marito, la pensione è bassa. Figli non ne ho e così devi arrangiarti».

Per fortuna c’è chi oltre le parole e le buone intenzioni, nella povertà ci mette soprattutto la buona volontà, si «sporca le mani», come dice Mario, uno altro degli indigenti di Milano. Uno di questi straordinari esempi di umanità è appunto rappresentato dalla mensa dell’Opera San Francesco per i poveri (Osf), la realtà fondata nel 1959 dai Frati Cappuccini, che a Milano testimonia ininterrottamente assistenza gratuita e accoglienza: 2.500 pasti caldi serviti al giorno, 160 visite mediche e più di 200 docce.

Queste sono alcune cifre e risultati concreti raggiunti da questo piccolo grande “esercito”, fatto di religiosi e di laici che si spendono per il prossimo. A rendere possibile tutto ciò sono i volontari dell’Osf che attualmente sono 475, di cui 134 medici. «Se non ci fossero loro – racconta Ibrahim, tunisino, oggi disoccupato -, chissà come farei a mangiare, e come me tanta altra gente. Questi amici non ci danno solo il pane, ma ci vestono e ci fanno lavare, ci curano se stiamo male e ci sanno ascoltare… Io sono musulmano, il Natale non lo festeggio, ma se Natale vuol dire ritrovare anche una piccola speranza, noi che non abbiamo niente riceviamo la speranza solo grazie a un fratello che ci dà una mano».

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