L'Ue corre in soccorso di Dublino. Ma gli altri Paesi apprenderanno la lezione?

di Gianni BORSA
Redazione

Alla fine ha dovuto cedere. Brian Cowen, premier irlandese, pressato dalla deriva dei conti pubblici nazionali, ha invocato nel week-end l’intervento che l’Unione Europea da giorni s’era detta disponibile a portare all’“isola di smeraldo”. In soccorso di Dublino accorrono dunque l’Ue, con il suo Fondo di stabilizzazione (creato in seguito alla crisi mondiale e che ha già consentito di tendere la mano alla Grecia), il Fondo monetario internazionale, nonché – fuori dall’area euro – Gran Bretagna e Svezia.
Tutti tirano un sospiro di sollievo. Dalla prossima primavera affluiranno nelle case irlandesi tra i 70 e i 90 miliardi di euro in tre anni, a fronte di tagli significativi allo Stato sociale (valutabili in non meno di 15 miliardi in 4 anni). Una cura draconiana, che andrà definita nelle prossime settimane e che sta già suscitando pesanti reazioni nel Paese.
Del resto le casse nazionali “piangono”, il debito cresce e il deficit è ormai fuori controllo: l’Irlanda, dopo il boom tra gli anni Ottanta e Novanta, è ora in una fase di pesante recessione. Il governo di Dublino spera, con gli aiuti europei, di rimettere in moto il processo di crescita e anche per questa ragione ha preferito indicare tagli nel welfare piuttosto che ritoccare la modestissima tassa sulle imprese (12,5%).
Ora si tratta di verificare il rispetto degli impegni assunti da Cowen, mentre più complessivamente si pongono vari interrogativi sull’intera vicenda. Il primo riguarda la velocità di reazione dell’Europa alla crisi economica e finanziaria. I tempi sono sempre troppo diluiti: che ci sia di mezzo un governo recalcitrante (per evidenti motivi interni), oppure procedure tortuose, o ancora per via di divergenti interessi nazionali, l’Ue si muove con eccessive rigidità che si trasformano in ritardi operativi. E in economia ogni ritardo corrisponde a un costo e a un rischio aggiuntivi.
D’altro canto occorre riconoscere che, pur con i tempi biblici della politica, l’Ue ha fornito una possibile via d’uscita all’Irlanda, così come era accaduto per Atene. Il Fondo di stabilizzazione, fortemente voluto dal presidente della Commissione Barroso e da altri leader, funge da sentinella rispetto ai mercati. In realtà avrebbe dovuto scoraggiare preventivamente le speculazioni, senza nemmeno dover entrare in funzione. Ma ora diventa un mezzo per salvare la stabilità dell’eurozona. Si tratta di capire se gli interventi dell’Ue e del Fmi si potranno fermare qui, oppure se altri Stati, a partire da Portogallo e Spagna, necessiteranno di aiuti.
Un ulteriore interrogativo è stato sollevato dalle istituzioni comunitarie e dalla Bce: i paesi dell’Unione avranno appreso la lezione, decidendosi a procedere con le necessarie riforme “di sistema”, così da mettere al sicuro l’economia, i conti pubblici e lo stato sociale? Il rilancio dell’economia reale, gli investimenti produttivi, l’occupazione, la solidità del sistema bancario, il riassetto della previdenza e del fisco sono, almeno in alcuni Stati dell’Unione, una urgenza non più rinviabile. E il caso irlandese è un monito per tutti. Alla fine ha dovuto cedere. Brian Cowen, premier irlandese, pressato dalla deriva dei conti pubblici nazionali, ha invocato nel week-end l’intervento che l’Unione Europea da giorni s’era detta disponibile a portare all’“isola di smeraldo”. In soccorso di Dublino accorrono dunque l’Ue, con il suo Fondo di stabilizzazione (creato in seguito alla crisi mondiale e che ha già consentito di tendere la mano alla Grecia), il Fondo monetario internazionale, nonché – fuori dall’area euro – Gran Bretagna e Svezia.Tutti tirano un sospiro di sollievo. Dalla prossima primavera affluiranno nelle case irlandesi tra i 70 e i 90 miliardi di euro in tre anni, a fronte di tagli significativi allo Stato sociale (valutabili in non meno di 15 miliardi in 4 anni). Una cura draconiana, che andrà definita nelle prossime settimane e che sta già suscitando pesanti reazioni nel Paese.Del resto le casse nazionali “piangono”, il debito cresce e il deficit è ormai fuori controllo: l’Irlanda, dopo il boom tra gli anni Ottanta e Novanta, è ora in una fase di pesante recessione. Il governo di Dublino spera, con gli aiuti europei, di rimettere in moto il processo di crescita e anche per questa ragione ha preferito indicare tagli nel welfare piuttosto che ritoccare la modestissima tassa sulle imprese (12,5%).Ora si tratta di verificare il rispetto degli impegni assunti da Cowen, mentre più complessivamente si pongono vari interrogativi sull’intera vicenda. Il primo riguarda la velocità di reazione dell’Europa alla crisi economica e finanziaria. I tempi sono sempre troppo diluiti: che ci sia di mezzo un governo recalcitrante (per evidenti motivi interni), oppure procedure tortuose, o ancora per via di divergenti interessi nazionali, l’Ue si muove con eccessive rigidità che si trasformano in ritardi operativi. E in economia ogni ritardo corrisponde a un costo e a un rischio aggiuntivi.D’altro canto occorre riconoscere che, pur con i tempi biblici della politica, l’Ue ha fornito una possibile via d’uscita all’Irlanda, così come era accaduto per Atene. Il Fondo di stabilizzazione, fortemente voluto dal presidente della Commissione Barroso e da altri leader, funge da sentinella rispetto ai mercati. In realtà avrebbe dovuto scoraggiare preventivamente le speculazioni, senza nemmeno dover entrare in funzione. Ma ora diventa un mezzo per salvare la stabilità dell’eurozona. Si tratta di capire se gli interventi dell’Ue e del Fmi si potranno fermare qui, oppure se altri Stati, a partire da Portogallo e Spagna, necessiteranno di aiuti.Un ulteriore interrogativo è stato sollevato dalle istituzioni comunitarie e dalla Bce: i paesi dell’Unione avranno appreso la lezione, decidendosi a procedere con le necessarie riforme “di sistema”, così da mettere al sicuro l’economia, i conti pubblici e lo stato sociale? Il rilancio dell’economia reale, gli investimenti produttivi, l’occupazione, la solidità del sistema bancario, il riassetto della previdenza e del fisco sono, almeno in alcuni Stati dell’Unione, una urgenza non più rinviabile. E il caso irlandese è un monito per tutti.

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