La verità quotidiana e la verità storica

a cura di Luciano ZANARDINI "La Voce del Popolo" - Brescia
Redazione

«La prima sensazione è di grande amarezza, sconforto e delusione perché a 36 anni non si è stati in grado di raggiungere una minima verità giudiziaria». Con queste parole l’avvocato Alfredo Bazoli commenta la sentenza che, al termine del processo, ha assolto tutti e cinque gli imputati per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 che costò la vita a 8 persone. La bomba, che provocò anche un centinaio di feriti, colpì a morte Giulietta Banzi Bazoli, madre di Alfredo. L’assoluzione è intervenuta in base all’articolo 530 comma 2, assimilabile alla vecchia insufficienza di prove. Se la verità giudiziaria sull’intera vicenda non arriva, resta quella storica.
«I processi – spiega Bazoli – non sono stati inutili perché attraverso le istruttorie sono stati messi insieme una serie di tasselli inequivocabili che portano a una verità storica. Da un lato c’è l’amarezza per l’esito processuale perché i colpevoli non ci sono, dall’altro lato c’è la consapevolezza del fatto che su quell’evento e sulle stragi di quella stagione si sono acquisiti tanti elementi che permettono di arrivare a una valutazione storica ben definita».
Il compito della città e di tutte le istituzioni è quello di vigilare affinché non si arrivi a mettere in discussione l’acquisizione storica. «Fermo restando – continua Bazoli – che per la democrazia italiana è un fallimento il fatto di non essere riusciti a portare a un giudizio di colpevolezza i responsabili di delitti politici così importanti. I depistaggi e le forze che fin da subito si misero all’opera per impedire il raggiungimento della verità hanno avuto la meglio: questa è la sostanza».
Ci si aspettava che a distanza di anni potessero uscire anche delle assunzioni di responsabilità. «Speravamo che potesse avvenire. Non ero ottimista, perché il processo si basava su dichiarazioni fatte e ritrattate. Ovviamente non è possibile condannare una persona se solo c’è anche un dubbio sulla sua responsabilità. C’era la speranza che nel corso dell’istruttoria qualcuno degli imputati o dei testimoni avesse un briciolo di resipiscenza. Ancora oggi pesano i ricatti, i condizionamenti che impediscono a chi sa di non dire quello che sa. Molto probabilmente, poi, alcuni dei responsabili della vicenda sono già morti». Non sembrano, quindi, esserci spiragli per l’apertura di un altro processo: «Temo, purtroppo, che la pagina giudiziaria sia definitivamente conclusa. Trentasei anni dopo è difficilissimo immaginare di impalcare una nuova inchiesta sulla base di ulteriori riscontri. La vicenda dal punto di vista giudiziario è destinata a concludersi qui».
Nel frattempo alla città non rimane che continuare a coltivare la memoria: «Spero ci possa essere un’unità di intenti nel difendere le acquisizioni storiche accertate anche con questa ultima inchiesta. Spero non si levino voci che mettono in discussione quelle acquisizioni». La memoria, sì. Solo così si può rendere veramente giustizia alle vittime della strage, anche perché chi è nato in quegli anni o nei successivi non può avere una memoria strutturata e critica dei fatti che piegarono una città e l’Italia intera.
Strano Paese il nostro. Spesso e volentieri è stata data più voce ai terroristi… «Tra le vittime e i carnefici c’è un abisso di etica e di moralità indiscutibile. Le vittime del terrorismo politico (di destra e di sinistra) erano persone che facendo il loro dovere cercavano di far crescere la democrazia, mentre i carnefici hanno cercato di abbattere la democrazia. Fino a non molto tempo fa si è dato più spazio ai ricordi e alle ricostruzioni storiche dei carnefici più che alle vittime. Questo clima – chiosa Bazoli – è un po’ cambiato anche grazie ad alcune pubblicazioni, penso a Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi, che ha aperto uno squarcio di verità». «La prima sensazione è di grande amarezza, sconforto e delusione perché a 36 anni non si è stati in grado di raggiungere una minima verità giudiziaria». Con queste parole l’avvocato Alfredo Bazoli commenta la sentenza che, al termine del processo, ha assolto tutti e cinque gli imputati per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 che costò la vita a 8 persone. La bomba, che provocò anche un centinaio di feriti, colpì a morte Giulietta Banzi Bazoli, madre di Alfredo. L’assoluzione è intervenuta in base all’articolo 530 comma 2, assimilabile alla vecchia insufficienza di prove. Se la verità giudiziaria sull’intera vicenda non arriva, resta quella storica.«I processi – spiega Bazoli – non sono stati inutili perché attraverso le istruttorie sono stati messi insieme una serie di tasselli inequivocabili che portano a una verità storica. Da un lato c’è l’amarezza per l’esito processuale perché i colpevoli non ci sono, dall’altro lato c’è la consapevolezza del fatto che su quell’evento e sulle stragi di quella stagione si sono acquisiti tanti elementi che permettono di arrivare a una valutazione storica ben definita».Il compito della città e di tutte le istituzioni è quello di vigilare affinché non si arrivi a mettere in discussione l’acquisizione storica. «Fermo restando – continua Bazoli – che per la democrazia italiana è un fallimento il fatto di non essere riusciti a portare a un giudizio di colpevolezza i responsabili di delitti politici così importanti. I depistaggi e le forze che fin da subito si misero all’opera per impedire il raggiungimento della verità hanno avuto la meglio: questa è la sostanza».Ci si aspettava che a distanza di anni potessero uscire anche delle assunzioni di responsabilità. «Speravamo che potesse avvenire. Non ero ottimista, perché il processo si basava su dichiarazioni fatte e ritrattate. Ovviamente non è possibile condannare una persona se solo c’è anche un dubbio sulla sua responsabilità. C’era la speranza che nel corso dell’istruttoria qualcuno degli imputati o dei testimoni avesse un briciolo di resipiscenza. Ancora oggi pesano i ricatti, i condizionamenti che impediscono a chi sa di non dire quello che sa. Molto probabilmente, poi, alcuni dei responsabili della vicenda sono già morti». Non sembrano, quindi, esserci spiragli per l’apertura di un altro processo: «Temo, purtroppo, che la pagina giudiziaria sia definitivamente conclusa. Trentasei anni dopo è difficilissimo immaginare di impalcare una nuova inchiesta sulla base di ulteriori riscontri. La vicenda dal punto di vista giudiziario è destinata a concludersi qui».Nel frattempo alla città non rimane che continuare a coltivare la memoria: «Spero ci possa essere un’unità di intenti nel difendere le acquisizioni storiche accertate anche con questa ultima inchiesta. Spero non si levino voci che mettono in discussione quelle acquisizioni». La memoria, sì. Solo così si può rendere veramente giustizia alle vittime della strage, anche perché chi è nato in quegli anni o nei successivi non può avere una memoria strutturata e critica dei fatti che piegarono una città e l’Italia intera.Strano Paese il nostro. Spesso e volentieri è stata data più voce ai terroristi… «Tra le vittime e i carnefici c’è un abisso di etica e di moralità indiscutibile. Le vittime del terrorismo politico (di destra e di sinistra) erano persone che facendo il loro dovere cercavano di far crescere la democrazia, mentre i carnefici hanno cercato di abbattere la democrazia. Fino a non molto tempo fa si è dato più spazio ai ricordi e alle ricostruzioni storiche dei carnefici più che alle vittime. Questo clima – chiosa Bazoli – è un po’ cambiato anche grazie ad alcune pubblicazioni, penso a Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi, che ha aperto uno squarcio di verità».

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