Da due anni gli operatori collaborano con le realtà locali di Giordania e Libano per assistere donne, bambini e anziani. Parla Alberto Minoia del Settore internazionale

di Luisa BOVE

siria

Continuano gli scontri in Siria e non se ne vede la fine. Fin dall’inizio della crisi la Caritas ambrosiana non ha fatto mancare il suo sostegno alle popolazioni siriane e da due anni collabora con le Caritas di Libano e Giordania per offrire aiuti alle fasce più deboli: bambini, donne e anziani. «Sono loro soprattutto a fuggire», spiega Alberto Minoia del Settore internazionale di Caritas ambrosiana, «mentre la maggior parte degli uomini in età da lavoro rimane in patria». E se in Sira gli sfollati interni superano già i 5 milioni, i rifugiati registrati dall’Unhcr nei Paesi vicini sono oltre 2 milioni tra Libano (un milione), Giordania (700 mila) e Turchia (400 mila). «Ai numeri ufficiali vanno però aggiunti anche i dati raccolti dalla rete internazionale delle Caritas e di altre organizzazioni. E se dovessero iniziare i tanto dichiarati bombardamenti, aspettiamoci il peggio – ammesso che sia ancora possibile – con l’arrivo di altre persone che tenteranno di scappare dai loro villaggi, magari vicini a postazioni militari o a laboratori chimici che potrebbero risultare obiettivi futuri».

In concreto che cosa state facendo?
I nostri interventi si svolgono sul confine con la Siria, in particolare nel nord della Giordania, ad Amman, nella località di Mafraq, dove stiamo sostenendo la Caritas locale per l’acquisto e la fornitura di una struttura prefabbricata che sarà utilizzata come ambulatorio medico. Comprenderà diverse specializzazioni: pediatria, ginecologia, studio dentistico… per rispondere alle principali problematiche sanitarie che si riscontrano tra i rifugiati siriani. Accanto a questo intervento sanitario c’è anche la distribuzione di aiuti umanitari: materiale igienico-sanitario, scolastico, abbigliamento, insomma tutto quello che serve alla popolazione. I rifugiati che scappano dalla Siria arrivano in Giordania e si fanno registrare dalla Caritas locale. Mafraq è vicino al grande Campo di Za’atari, che è diventata la terza città della Giordania perché conta oltre 130 mila rifugiati siriani. La situazione è davvero drammatica perché quel campo era stato realizzato per ospitare 30-40 mila persone, ma i tragici eventi hanno provocato un’ondata ben maggiore.

E nella capitale Amman quanti sono i rifugiati?
È difficile in città conoscere esattamente la cifra, è molto più facile nei centri periferici, anche perché Amman offre poco per i rifugiati, mentre in altre città verso il sud ci sono strutture parrocchiali e la Caritas interviene cercando di aiutarli. Anche a Zarqa c’è un poliambulatorio dove abbiamo incontrato tantissimi rifugiati: è un’esperienza molto bella, perché vi lavorano insieme volontari siriani sia cristiani sia musulmani, dando esempio e testimonianza. C’è la disponibilità da parte della Caritas Giordania di creare le condizioni di lavoro e di volontariato per persone che vogliono fare qualcosa per i loro connazionali. Prima della guerra in Siria c’era grande tolleranza e dialogo culturale e interreligioso, ora rischia di andare persa l’identità del popolo siriano.

Oggi il Libano raccoglie la maggior parte dei profughi…
Sì, ma c’è una differenza, perché la Giordania ha riconosciuto lo stato di rifugiato ai siriani, ai quali vengono garantiti i diritti internazionali. Invece per questioni politiche, questo in Libano non sta avvenendo per cui i siriani vengono accolti in qualche modo, ma in qualsiasi momento potrebbero essere invitate a ritornare nel loro paese, anche perché arrivano con un semplice visto turistico. Ora però hanno paura a entrano anche illegalmente perché potrebbero essere soggetti a espulsione. Non avendo riconosciuti i diritti non possono accedere alle scuole o alle strutture sanitarie se non pagando ogni prestazione. Il Libano non ha previsto di organizzare alcun campo e tutte le strutture di accoglienza sono informali, i siriani occupando quindi scuole abbandonate o edifici diroccati.

Sono quindi abusivi?
Sì, a volte sono abusivi, ma è nato anche un business perché i libanesi affittano ai rifugiati luoghi improponibili: scantinati, cantine, box… Abbiamo visto famiglie sistemate in condizioni veramente assurde, in case non finite o ancora in costruzione, quindi estremamente pericolose, dove vivevano anche bambini. Oppure tende e rifugi costruiti con assi di legno, una specie di tendopoli informale dove entrano solo operatori umanitari e la Caritas per portare aiuti e affrontare i problemi che sorgono. Un conto è vivere il disagio abitativo o precario per qualche settimana, diverso è subirlo per due anni con bambini che non vanno più neanche a scuola. Senza contare i traumi subiti da adulti e ragazzi per quello che hanno visto, per la perdita di parenti, amici, casa e lavoro.

Qual oggi è il clima tra i rifugiati?
La maggior parte dei rifugiati in Giordania sono registrati dall’Onu, ma oltre 100 mila si sono fatti registrare dalla Caritas per rientrare in una rete di aiuti. Invece in Libano i siriani hanno paura che i loro dati anagrafici possano essere utilizzati in futuro dalle autorità siriane e da chi governerà. C’è anche molta rabbia e divisioni, in particolare tra chi viveva nelle grandi città come Aleppo, Damasco e Hamah e chi viveva nelle zone agricole, quindi popolazioni che avevano una vita più dignitosa con la loro terra e la loro abitazione. Anche chi ha avuto la casa danneggiata dai bombardamenti ha sempre la speranza di tornare, perché gli basta poco per ricominciare come agricoltore o allevatore. Chi ha subito di più sono le persone che vivevano in città in un appartamento ormai andato distrutto, magari avevano un negozio e un’attività, ma hanno perso tutto: per loro è molto difficile la ripresa in tempi rapidi, ammesso che ci sia presto la pace. Sono quindi le persone che vivono con maggiori disagi e non hanno un posto sicuro per rientrare un domani finita la guerra.

E ora com’è la situazione?
In Libano abbiamo respirato un’aria che poi si è concretizzata anche nel corso di queste settimane con la cronaca di stragi e di autobombe… c’è un clima molto pesante, di grande tensione e di preoccupazione tra le varie comunità. È un Libano blindatissimo, con una parte del Paese (da nord a est) completamente militarizzata per i continui scontri tra fazioni: noi stessi e i nostri volontari non potevamo andare neanche con i permessi perché è molto pericoloso. Ora le grandi potenze vogliono dire la loro sul controllo politico e strategico dell’area: Stati Uniti e Inghilterra da una parte, Russia, Cina, Iran dall’altra insieme a tutti i loro alleati del Medio Oriente. Il presidente Obama ha dichiarato che se si superava la linea rossa delle armi chimiche avrebbe bombardato e forse ora non vuole rimangiarsi la parola. Noi invece confidiamo che passi la linea del nostro governo e quanto ha detto il ministro degli Esteri Emma Bonino, cioè che si lascino lavorare gli ispettori Onu e si veda ufficialmente cosa è successo. Sembra che nessuno voglia tenerne conto e che ormai sia deciso l’intervento perché le informazioni ci sono e si potrebbe già bombardare. Ricordiamo che altre guerre sono partite in modo simile, ma non si sono fermate nel giro di poche ore, per questo c’è grande preoccupazione per tutti coloro che, come i nostri colleghi di Caritas Siria, stanno lavorando nonostante le difficoltà e cercano di aiutare la popolazione, i gesuiti e tante altre organizzazioni presenti da sempre su quelle terre. 

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