"Matrimonio in-dissolubile: divorzio e nuove nozze nelle confessioni cristiane" al centro del dibattito organizzato dal Seminario arcivescovile e dalla Sezione parallela della Facoltà teologica dell'Italia settentrionale nell'aula magna di Seveso


Redazione

04/12/2008

di Saverio CLEMENTI

C’è un filo comune che unisce l’atteggiamento delle Chiese cristiane nei confronti di coloro che hanno alle spalle un matrimonio fallito e hanno scelto di legarsi con una nuova persona: la mancanza di ogni giudizio morale sul comportamento delle persone, unita alla consapevolezza di avere a che fare con uomini e donne bisognose di sentire la vicinanza di una comunità cristiana attenta ai loro problemi.

Se questa è la base di un comportamento fondato più sulla misericordia che sulla rigida applicazione delle sanzioni canoniche, ben diversa è la riflessione teologica maturata nel corso dei secoli all’interno del cristianesimo. Un confronto su queste tematiche è stato al centro della giornata interdisciplinare organizzata la settimana scorsa dal Seminario arcivescovile di Milano e dalla Sezione parallela della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale nell’aula magna della sede di Seveso.

“Matrimonio in-dissolubile: divorzio e nuove nozze nelle confessioni cristiane” è stato il tema dibattuto dai tre relatori: i teologi don Aristide Fumagalli e don Marco Paleari e il professor Alberto Conci, docente di Filosofia a Trento, nonché grande conoscitore del pensiero di Dietrich Bonhoeffer.

A loro è spettato il compito di presentare il problema alla luce della disciplina della Chiesa cattolica e della prassi delle Chiese ortodosse e protestanti. C’è subito un elemento a fare la differenza: mentre per cattolici e ortodossi il matrimonio è un sacramento, per i protestanti abbiamo a che fare con una «realtà della buona creazione di Dio, che è diventata una delle istituzioni fondamentali della realtà umana». Una sorta di patto fra un uomo e una donna. È da qui che derivano diversi atteggiamenti nei confronti dei coniugi che decidono di divorziare e di contrarre un nuovo matrimonio.

«L’attuale disciplina della Chiesa cattolica – sottolinea don Aristide Fumagalli – appare senza dubbio la più severa. Essa, infatti, esclude la possibilità di nuove nozze sacramentali a seguito del fallimento di un precedente matrimonio valido». Ma non è tutto. Coloro che vivono in una situazione definita irregolare non possono assumere incarichi rilevanti a livello liturgico (lettore), educativo (catechista, padrino o madrina) o essere membro di un consiglio pastorale.

Diversa è la situazione tra gli ortodossi. «Il matrimonio è indissolubile – precisa Marco Paleari – e contratto a vita; anzi, anche la morte non avrebbe la forza di scioglierlo. Il divorzio è però ammesso e concesso solo in casi specifici, come una concessione alla debolezza del peccato dell’uomo. Se il matrimonio fallisce, la Chiesa si pone il problema della salute spirituale degli sposi e delle loro anime affinché non si perdano». Alle seconde e alle eventuali terze nozze non viene tuttavia riconosciuto lo stesso carattere sacramentale delle prime.

Più articolata è la situazione nel mondo protestante dovuta alla sua frammentarietà. «Questa differenza di atteggiamento – chiarisce Alberto Conci – non va però enfatizzata. Più che essere espressione di una pluralità di valutazioni di carattere etico e di diversità nell’approccio ai passi biblici, essa appare come legata alla percezione del limite umano, così marcata nella riflessione protestante, di fronte alla quale le Chiese hanno elaborato posizioni diversificate».

Che si tratti di un’accettazione “naturale” del fallimento di un matrimonio, o di una grave rottura di un legame sacramentale, comune a tutte le tre confessioni religiose è l’atteggiamento di rispetto e vicinanza nei confronti di quelle persone che desiderano continuare a vivere all’interno della Chiesa.

Giovanni Paolo II, nella Familiaris consortio, non si limita a ritenere i divorziati parte della Chiesa, ma si spinge sino a prevedere, anzi a sollecitare la loro partecipazione attiva. Cattolici, ortodossi e protestanti stanno già sperimentando forme di “pastorale di accompagnamento” per divorziati risposati. Il problema di base è infatti questo: evitare che un passaggio così traumatico si traduca nell’allontanamento dalla comunità e nella perdita della fede.

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