In Perù, Turchia, Zambia, tre esperienze diverse dei "fidei donum" ambrosiani: dalla Messa di Natale dopo il raccolto di patate e cipolle alla celebrazione eucaristica con una quindicina di persone, alla popolazione sempre più affamata


Redazione

23/12/2008

di Luisa BOVE

Trascorrerà il Natale in mezzo alla "sua" gente in terra peruviana don Alberto Bruzzolo. Ha lasciato la parrocchia di Milano per partire in missione «prestato», come dice lui, alla diocesi di Huacho. Da quasi un anno vive con Simone, Clara e il piccolo Francesco, insieme formano una «fraternità missionaria a Barranca», cittadina a 200 km a Nord di Lima, sulla costa dell’Oceano Pacifico. «Condividiamo l’avventura di creare una nuova parrocchia quasi da zero». Esistevano già alcune comunità di base nei quartieri vicini, ma non era mai stato possibile svolgere attività pastorali, liturgiche e sociali.

Quello del 2008 sarà quindi «il primo Natale della parrocchia», dice don Alberto, «celebrato in un piccolo locale con il tetto di paglia». Ora la comunità è in fermento perché presto verrà costruito il centro parrocchiale e la chiesa. Nel cuore di don Alberto c’è «gratitudine e profonda commozione di fronte alla fede povera e forte dei piccoli e dei deboli». Ma riconosce anche le «tante debolezze personali e comunitarie» come pure il senso di «impotenza di fronte a mille necessità sociali».

«Eppure Dio ha deciso di manifestarsi nella semplicità della vita di Gesù di Nazareth – dice convinto -, così come avviene nella semplice vita delle piccole comunità di base dei quartieri di Barranca o sperdute nelle campagne». Lì per celebrare la Messa si aspetta che la gente finisca di raccogliere le patate o le cipolle, racconta don Alberto, «a dispetto dell’impazienza del parroco che arriva puntuale con la sua camionetta. E non importa che sia domenica o un altro giorno della settimana… sono i ritmi della vita di Nazareth».

Missionario in Perù, oltre che in Eritrea, è stato anche don Giuliano Lonati, che all’inizio dell’anno ha raggiunto invece la Turchia . È parroco a Samsun e Trabzon che distano tra loro 350 km. «Quest’anno – dice il missionario – trascorrerò il Natale a Trabzon e celebrerò nella chiesa di S. Maria con una quindicina di persone georgiane, armene, turche…». A Samsun infatti, dove vive abitualmente, «non c’è nessuno», ma «condivido la vita con due giovani catecumeni che forse riceveranno il battesimo nella prossima Pasqua, consapevoli di ciò che comporta dichiararsi cristiani». Quella di don Giuliano è una presenza discreta, «nella logica del "granello di senape"». Sa che «la gioia del Signore risorto consente a chi vive in questa terra di amarla e di custodirla con intensa gelosia, sopportando ogni contrarietà. Perché vivere nell’islam e convivere con i musulmani non è una passeggiata».

«La mia testimonianza – ammette il sacerdote – non ha gran peso perché fatta di piccolissime cose, che sono da spiegare bene, perché essendo piccole rischiano di sparire». Festeggiare il Natale a Samsun per don Giuliano significa «contemplare Gesù Bambino in croce».

Le giornate in Zambia sono «lunghe, faticose» per don Francesco Airoldi, parroco di St. Maurice a Lusaka, «piene di impegni, incontri e sfide». Molti poveri bussano alla sua porta per chiedere aiuto, come Nhamo, un giovane di 21 anni senza genitori e con tre fratelli più piccoli da sfamare. «Ha abitato fino a qualche mese fa nella casa della nonna dove ci sono altri tre cugini orfani come lui», spiega il missionario. «Ora la nonna è morta e lui, per cercare di aiutare quelli che considera i suoi fratelli, è venuto in città per cercare lavoro che non ha ancora trovato. Mi ha chiesto soldi per mangiare e si è offerto di lavorare per me».

Don Francesco lo aveva conosciuto tre anni fa, quando la situazione non era così grave. «Sono quelli come lui, che vagano nel nulla in cerca di speranza e di luce, i poveri, che hanno provocato l’incarnazione di Dio, il Natale», commenta il sacerdote.

«Qui il Natale si percepisce poco – ammette il "fidei donum" -, almeno dove abito io. Nessuna decorazione, nessuna musica, nessuna corsa al regalo, nessuna pubblicità. Tutto è sempre uguale, anche in questi giorni. Per vedere qualcosa devo muovermi verso i centri commerciali, ma le due realtà sono così stridenti che preferisco non accostarle». E aggiunge: «Il problema della mia gente oggi è quello di trovare da mangiare. Gli effetti della crisi economica mondiale, senza che le persone sappiano nulla di quello che succede sul pianeta terra, si fanno sentire anche qui. Nelle ultime sei settimane la svalutazione della moneta locale nei confronti dell’euro e del dollaro è stata del 40% e i prezzi di tutto, compreso il cibo base della gente, sono quasi raddoppiati. La popolazione non ce la fa più e non c’è spazio per pensare a un altro Natale».

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