Si conclude un anno di passaggio, che ha registrato l'aumento del numero di pellegrini, in attesa delle novità politiche del 2009 sia sul fronte israeliano, sia su quello palestinese, e della possibile visita del Papa. Il Custode p. Pizzaballa: «Abbiamo bisogno di fare cose normali, come se ci fosse la pace anche se non c'è»


Redazione

11/12/2008

a cura di Daniele ROCCHI

L’annuncio, nelle settimane scorse, di una possibile visita apostolica di Benedetto XVI in Israele e Palestina sembra chiudere “col botto” un 2008 che per la Terra Santa passerà alla storia come quello del definitivo rilancio dei pellegrinaggi e, per diversi analisti, delle maggiori speranze di pace per questa travagliata regione. Restano però sul tappeto i problemi politici interni, sia dei palestinesi – aggravati dalla spaccatura tra Hamas e Fatah -, sia degli israeliani. Questi ultimi nel febbraio 2009 andranno al voto anticipato.

Non meno critica la situazione dei cristiani locali, la minoranza più piccola del Medio Oriente, sempre più a rischio di estinzione: secondo statistiche dell’ottobre 2007, riportate da monsignor Robert Stern, presidente della Missione pontificia per la Palestina, in Israele i cristiani sono circa 147 mila su 7 milioni e 337 mila abitanti (ovvero il 2%), in gran parte arabi, ai quali vanno aggiunti almeno 300 mila “non ebrei” giunti in Israele dall’Europa dell’Est e dalle Filippine negli ultimi anni. Nei Territori palestinesi sono circa l’1% della popolazione, alcune decine di migliaia su circa 3 milioni e 800 mila palestinesi.

A tutti loro Benedetto XVI, all’inizio di dicembre, ha rivolto «un affettuoso pensiero» e «una particolare attestazione di vicinanza spirituale», ricordando «il clima incerto e pericoloso» in cui vivono, con «molti fratelli costretti a emigrare», e la sofferenza causata anche dalla «crisi politica, economica e sociale del Medio Oriente, resa ancor più pesante con l’aggravarsi della situazione mondiale». In vista del Natale parla il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa.

L’annuncio di una possibile visita del Papa nel 2009 e il boom di pellegrinaggi fanno parlare di un 2008 positivo per la Terra Santa. È proprio così?
Il 2008 ha conosciuto diversi aspetti positivi, come la diminuzione della violenza, anche se la situazione a Gaza resta grave, e il ritorno dei pellegrini fino a cifre e numeri mai visti e con prospettive ancora maggiori. Dal punto di vista politico, invece, è stato un anno piuttosto fragile: non si sono registrati grossi passi avanti, la Conferenza di Annapolis del 2007 è fallita, vediamo la crisi israeliana. Credo, comunque, che sia un anno di passaggio, anche alla luce della fine del mandato di Bush e l’inizio di quello di Obama. Da questo punto di vista il 2009 dovrebbe dare qualcosa in più. Si tratta di attendere e sperare.

Colpisce il grande afflusso di pellegrini, nonostante una grave crisi economica globale. Quali sono i motivi di un tale boom?
Oltre un milione e mezzo di pellegrini nel 2008 è un numero altissimo, destinato ad aumentare nel 2009. La novità è l’aumento di fedeli dall’Asia. I motivi di questa crescita sono da ricercare innanzitutto nel periodo di calma della violenza: nei mass media si parla sempre meno di Terra Santa come luogo di conflitto, anzi si registra una maggiore disponibilità israeliana nei visti di ingresso, anche se non per i Paesi arabi. Non si deve dimenticare, poi, il grande lavoro di promozione dei pellegrinaggi che da tempo fanno le varie Conferenze episcopali con le Chiese diocesane e gli appelli del Papa. Il fascino che la Terra Santa esercita nei credenti resta grande.

L’arrivo dei pellegrini aiuta anche l’economia locale, visto che molti cristiani lavorano nel turismo religioso. Crede che i pellegrinaggi possano aiutare a fermare la fuga dei cristiani dalla Terra Santa?
La cosiddetta emigrazione dei cristiani ha i suoi alti e i suoi bassi, non è mai ferma, va a ondate. Questo è un periodo di relativa calma: ci sono emigrazioni, ma non molte grazie anche a prospettive di lavoro nell’ambito del turismo religioso. Con la ripresa dei pellegrinaggi è aumentato il lavoro e con esso le possibilità concrete per molti di restare.

Prima ha parlato di affluenza di pellegrini in crescita nel 2009. Come pensate di accoglierli nei tanti santuari gestiti dalla Custodia?
Intendiamo rafforzare il personale, cosa non semplice, anche per rispondere alle varie necessità linguistiche. Tra le altre cose dovremo rivedere nei santuari principali le celebrazioni delle messe: oggi ogni gruppo celebra la propria, ma con il grosso afflusso dei pellegrinaggi, almeno a Nazareth e al Getsemani saremo costretti a organizzare celebrazioni per gruppi linguistici. In questo confidiamo nella comprensione dei pellegrini.

Recentemente in tv sono passate le immagini di scontri fisici tra monaci armeni e greco-ortodossi nel Santo Sepolcro. Non proprio una grande pubblicità per il dialogo ecumenico che in Terra Santa ha un laboratorio ineguagliabile…
È un 2008 di luci e di ombre anche per il dialogo ecumenico e interreligioso. Restano purtroppo più in mente gli scontri fisici tra cristiani al Santo Sepolcro che non tutto un profondo lavoro di dialogo e di vita che, seppur con difficoltà, va avanti. Abbiamo tantissime iniziative in corso anche con ebrei e musulmani, soprattutto nelle scuole. La bellezza della Terra Santa è anche questo dialogo di vita che i pellegrini devono poter conoscere.

Tra pochi giorni sarà Natale: qual è il dono che chiede per questa Terra?
Vorrei prima dire che alla Messa di mezzanotte a Betlemme ci sarà il presidente palestinese, Abu Mazen. Poi stiamo organizzando iniziative di preghiera in ogni luogo santo. Ma se c’è un dono che chiederemo quest’anno è la normalità, ne abbiamo bisogno. Fare le cose normali come se ci fosse la pace anche se non c’è.

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