Redazione

Vorrei riflettere con voi sul rapporto tra la famiglia e la città, considerata quest’ultima come emblema della vita sociale. […] Ora il Percorso pastorale ci chiede di interrogarci su come la famiglia è e deve essere “anima della città”: ma in questa città che cosa possono fare le famiglie? Le famiglie non sono un’altra cosa rispetto alla città, perché la abitano e ne costituiscono, al di là di case, strade e uffici, il tessuto reale. E che la città sia più Babele-Babilonia o sia invece Gerusalemme, dipende in buona misura dalle famiglie, dalle persone che la vivono. […] È importante che la famiglia non rinunci a esprimere la propria soggettività in ambito sociale anche come presenza critico-costruttiva nei confronti di ogni altra istituzione sociale: non soltanto perché la famiglia sia messa in grado di assolvere i propri compiti irrinunciabili, ma anche perché le istituzioni sociali acquisiscano in modo programmatico le esigenze della vita familiare. Basti pensare al problema degli orari e dei ritmi di lavoro e alla necessità che siano il più possibile coerenti con le esigenze del vissuto familiare. Anche così la famiglia diventa “scuola di socialità”: non tanto al suo interno, quanto in senso più ampio, verso le stesse istituzioni. E, in tutto questo, l’istituto della famiglia avanza verso il proprio riconoscimento in quanto “soggetto sociale”, protagonista dello sviluppo di una cultura e di una vita sociale davvero al servizio della persona e del bene comune. […] Custodire un quartiere da parte della gente è una maniera di vivere, di conoscersi, di stare bene insieme. Le famiglie e le comunità cristiane devono utilmente collaborare con le scuole, gli oratori, i comitati di quartiere, le associazioni di volontariato per dare un’anima alle nostre città e soprattutto alle nostre periferie, perché si diffonda uno stile di vita che sia davvero una traccia dell’amore di Dio nel mondo.

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