In occasione delle ordinazioni del 13 giugno, monsignor Peppino Maffi, vicario episcopale e rettore del Seminario, illustra la nuova modalità di inserimento dei diaconi nelle varie comunità

Pino NARDI
Redazione

Una diocesi che cerca di cogliere i segni dei tempi e di dare risposte. Come la nuova modalità di inserimento dei diaconi che già un anno prima dell’ordinazione sacerdotale hanno l’assegnazione della parrocchia dove saranno destinati e cominciano ad operare in quel contesto. Un modo per sviluppare più comunione. Lo sostiene monsignor Peppino Maffi, vicario episcopale e rettore del Seminario.

Come nasce il progetto?
Nasce per due motivi. Il primo è che verifichiamo una carenza di preti, giovani in particolare, nel senso che le attese e le speranze sono sempre molto di più rispetto alle persone che vengono immesse nel ministero. Quindi diventa fondamentale cercare di lavorare in comunione. Ma la scelta vera è proprio questa: di promuovere una pastorale di comunione e quindi una consuetudine al confronto e al dialogo, in modo da poter affrontare insieme le scelte, far sì che la proposta che viene fatta è frutto di un pensiero che nasce in una comunità dove ci sono i preti, ma anche il direttivo con la presenza di laici, religiosi e religiose. Diventa fondamentale – in un mondo in continuo cambiamento – secondo il pensiero e la guida della diocesi, che questi sacerdoti, giovani o meno, vengano immessi con l’aiuto e l’attenzione in particolare dei sacerdoti già adulti.

Come sta procedendo: la loro presenza ha portato un po’ di freschezza o ci sono stati problemi?
Il giovane che entra – che ha studiato 6-7 anni – ha il desiderio che gli vengano affidate responsabilità. A volte, dovendole misurare con altri sacerdoti, si può anche creare qualche difficoltà oggettiva di relazione. Tuttavia dagli incontri di queste settimane con i parroci, che li accolgono, e con i giovani sacerdoti emerge che invece sono molto contenti.

Il cardinale Tettamanzi all’Assemblea del clero sottolineava anche il ruolo di tutor dei preti in parrocchia…
Parecchi di questi che contatto più volte nell’anno del diaconato mi dicono che quella presenza giovane è anche un servizio per loro, in primo luogo perchè portano avanti il discorso pastorale avendo grande attenzione, e poi perchè così sono allertati tutti da questa nuova modalità, per spendersi in un discorso di dialogo, di corresponsabilità e comunione.

Una questione posta dal Cardinale è la vita comunitaria dei sacerdoti diocesani. Questo inserimento può favorirla?
Ci sono esperienze diverse. Certo, rispetto a 4-5 anni fa mi pare ci sia una maggiore attenzione agli spazi da occupare insieme. Il Cardinale parlava all’inizio anche di locazioni particolari in modo che possa convivere un presbiterio, con i suoi spazi autonomi, ma anche con alcuni in comune da gestire insieme. Innanzitutto questi diaconi e futuri preti non devono mettere su casa, nel senso che è la parrocchia che arreda gli spazi. Tutto ciò facilita anche il discorso della vita comune. Questa è l’indicazione a un’attenzione a vivere gli spazi abitativi maggiormente insieme. Posso dire che non è ancora nato niente di eclatante, però se ne parla con maggiore impulso.

Ma c’è anche il problema di garantire una presenza nelle comunità pastorali…
Intanto è importante ricordare che la maggioranza di questi giovani viene proprio immessa nelle nuove comunità pastorali. E comunque l’altro riferimento è che non dobbiamo sguarnire il territorio. Soprattutto in questo momento in cui sta cambiando parecchio è anche fondamentale dare alla gente la possibilità di percepire che magari non ha più un parroco, ma un sacerdote che risiede lì c’è.

Questa modalità di inserimento proseguirà?
Non siamo ancora in grado di dare un giudizio, perché questa è solo la seconda classe che fa “l’uno più tre” (anni, ndr). Percepiamo sia difficoltà sia realtà promettenti, ma non è ancora tempo di bilanci. Una diocesi che cerca di cogliere i segni dei tempi e di dare risposte. Come la nuova modalità di inserimento dei diaconi che già un anno prima dell’ordinazione sacerdotale hanno l’assegnazione della parrocchia dove saranno destinati e cominciano ad operare in quel contesto. Un modo per sviluppare più comunione. Lo sostiene monsignor Peppino Maffi, vicario episcopale e rettore del Seminario.Come nasce il progetto?Nasce per due motivi. Il primo è che verifichiamo una carenza di preti, giovani in particolare, nel senso che le attese e le speranze sono sempre molto di più rispetto alle persone che vengono immesse nel ministero. Quindi diventa fondamentale cercare di lavorare in comunione. Ma la scelta vera è proprio questa: di promuovere una pastorale di comunione e quindi una consuetudine al confronto e al dialogo, in modo da poter affrontare insieme le scelte, far sì che la proposta che viene fatta è frutto di un pensiero che nasce in una comunità dove ci sono i preti, ma anche il direttivo con la presenza di laici, religiosi e religiose. Diventa fondamentale – in un mondo in continuo cambiamento – secondo il pensiero e la guida della diocesi, che questi sacerdoti, giovani o meno, vengano immessi con l’aiuto e l’attenzione in particolare dei sacerdoti già adulti.Come sta procedendo: la loro presenza ha portato un po’ di freschezza o ci sono stati problemi?Il giovane che entra – che ha studiato 6-7 anni – ha il desiderio che gli vengano affidate responsabilità. A volte, dovendole misurare con altri sacerdoti, si può anche creare qualche difficoltà oggettiva di relazione. Tuttavia dagli incontri di queste settimane con i parroci, che li accolgono, e con i giovani sacerdoti emerge che invece sono molto contenti.Il cardinale Tettamanzi all’Assemblea del clero sottolineava anche il ruolo di tutor dei preti in parrocchia…Parecchi di questi che contatto più volte nell’anno del diaconato mi dicono che quella presenza giovane è anche un servizio per loro, in primo luogo perchè portano avanti il discorso pastorale avendo grande attenzione, e poi perchè così sono allertati tutti da questa nuova modalità, per spendersi in un discorso di dialogo, di corresponsabilità e comunione.Una questione posta dal Cardinale è la vita comunitaria dei sacerdoti diocesani. Questo inserimento può favorirla?Ci sono esperienze diverse. Certo, rispetto a 4-5 anni fa mi pare ci sia una maggiore attenzione agli spazi da occupare insieme. Il Cardinale parlava all’inizio anche di locazioni particolari in modo che possa convivere un presbiterio, con i suoi spazi autonomi, ma anche con alcuni in comune da gestire insieme. Innanzitutto questi diaconi e futuri preti non devono mettere su casa, nel senso che è la parrocchia che arreda gli spazi. Tutto ciò facilita anche il discorso della vita comune. Questa è l’indicazione a un’attenzione a vivere gli spazi abitativi maggiormente insieme. Posso dire che non è ancora nato niente di eclatante, però se ne parla con maggiore impulso.Ma c’è anche il problema di garantire una presenza nelle comunità pastorali…Intanto è importante ricordare che la maggioranza di questi giovani viene proprio immessa nelle nuove comunità pastorali. E comunque l’altro riferimento è che non dobbiamo sguarnire il territorio. Soprattutto in questo momento in cui sta cambiando parecchio è anche fondamentale dare alla gente la possibilità di percepire che magari non ha più un parroco, ma un sacerdote che risiede lì c’è.Questa modalità di inserimento proseguirà?Non siamo ancora in grado di dare un giudizio, perché questa è solo la seconda classe che fa “l’uno più tre” (anni, ndr). Percepiamo sia difficoltà sia realtà promettenti, ma non è ancora tempo di bilanci.

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