Redazione

Dai dati di Inail e di aziende sanitarie locali il 2007 si annuncia come peggiore del 2006 per numero di infortuni e morti professionali. La provincia “nera” è quella di Bergamo e le vittime principali i lavoratori irregolari, spesso immigrati. La storia di uno di loro, operaio edile che si massacrava di lavoro per pagare le cure mediche della figlia, morto lo scorso 26 marzo.

di Armando Di Landro

La statistica è sempre cattiva: nasconde coi numeri le storie di vita, i dolori, la sofferenza. Ma serve anche per dare un’idea di quanto la poca sicurezza sui luoghi di lavoro stia diventando, nella ricca Lombardia, un fenomeno all’ordine del giorno. In particolare nel 2006 e nel 2007 le Aziende sanitarie locali provinciali hanno registrato un’impennata di morti bianche che paradossalmente sembra corrispondere a una ripresa della produttività nella Regione e in tutto il Nord Italia: 106 persone scomparse l’anno scorso, con una media di 9,6 distribuita sulle 11 province.

Il problema è che la situazione non sembra migliorare nel 2007: i dati di aprile dicono che siamo già oltre le 50 morti bianche. E in questo quadro c’è in particolare una provincia che soffre, quella di Bergamo: 17 morti nel 2007, dopo anni di positivo rallentamento di questo tristissimo trend; altre sei nei primi tre mesi e mezzo di quest’anno.

Tra loro c’è stato anche Bilbil Dauty, morto in ospedale il 26 marzo scorso: due giorni prima era al lavoro in un cantiere edile all’interno degli stabilimenti di un’azienda leader nazionale nel settore della produzione di tubi, per l’adeguamento di alcuni immobili. La caduta nel vano di un ascensore gli è stata fatale. Bilbil Dauti lavorava in nero, “aveva fretta”: sua figlia Vera, 19 anni, è affetta da una grave insufficienza renale, e il papà tentava di aiutarla guadagnando il più possibile, sudandosi il suo salario senza protezioni, da muratore “in nero”. Dopo la caduta nel vano ascensore l’hanno accompagnato al pronto soccorso in auto, per cercare di far passare il tutto come se si fosse trattato di un incidente domestico, senza tuttavia riuscirci.

Ecco un esempio di impegno, speranza e storia costretta a concludersi: situazioni di cui la statistica non parla, anche se è altrettanto spietata nel dare l’idea di un vero e proprio dramma che sta diventando collettivo. Tra il 2000 e il 2006 i morti sul lavoro in provincia di Bergamo sono stati quasi cento, 98 per la precisione: 24 nel 2000, un “tetto” fortunatamente mai superato negli anni successivi. Netto miglioramento nel 2001, con 9 persone scomparse, e nel 2002, con 7. A seguire 9 morti nel 2003, 11 nel 2004 e 9 nel 2005. Infine un quasi raddoppio nel 2006, con 17. È quanto dice il registro infortuni mortali dell’Azienda sanitaria locale. Nei registri dell’Inail, invece, che tengono conto anche delle persone scomparse in incidenti stradali mentre si recavano al lavoro, il dato del 2005 saliva a 17 morti, ma anche in questo caso l’incremento del 2006 c’è stato: 30 morti, quasi a rispecchiare, in proporzione, i numeri dell’Asl. Appare chiaro, però, che a partire dal 2001 non c’è mai stato un anno che abbia avuto una frequenza di sei morti ogni tre mesi e mezzo, come invece sta accadendo nel 2007, che in prospettiva si presenta quindi come l’anno peggiore.

Il trend degli incidenti mortali quest’anno rischia dunque di superare quello del 2006, che aveva già fatto lanciare allarmi su ogni fronte, da parte di Asl e sindacati anzitutto. Il “caso 2006” aveva anche portato i segretari provinciali bergamaschi di Cisl, Cgil e Uil a colloquio con il ministro del Lavoro Cesare Damiano per rendere nota la grave situazione della provincia lombarda, la più incresciosa in ambito regionale.

Peraltro, proprio il giorno dell’incontro con il ministro Damiano, L’Eco di Bergamo pubblicava un’inchiesta sul caporalato: l’intermediazione illegale di manodopera, alle cinque del mattino e a due passi dal centro città, con lavoratori immigrati caricati su furgoni e poi sfruttati per tutta la giornata nei cantieri edili. Tante morti bianche avvengono spesso ai danni di lavoratori regolari, almeno questo dicono le cronache post-incidente sul lavoro. Ma le statistiche più approfondite dell’Asl spiegano anche che almeno nell’8% dei casi chi muore sul lavoro è in situazioni del tutto irregolari, cioè “in nero”, oppure è un pensionato che non avrebbe più potuto svolgere determinate mansioni, mentre restano tutta una serie di posizioni contrattuali da chiarire.

I sindacati si chiedono: «Dove stiamo andando?». Il rischio è che l’individualismo imperante, e la svalutazione della persona umana ricadano inevitabilmente anche sul rispetto di una sicurezza sul lavoro che troppo spesso resta solo una parola. Il rischio, come affermano dall’Asl, è che in nome della produttività e della necessità di “fare alla svelta” sui cantieri e in azienda, anche l’opinione pubblica tenda a considerare normali alcune violazioni alle norme di sicurezza, che purtroppo risultano fatali.

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