Al centro di via Sammartini si sono rivolte quest’anno 190 persone, italiani e stranieri, con alle spalle problemi che li hanno condotti ai margini della società e per i quali si avvia un percorso di reinserimento

di Cristina CONTI

Assenza di legami familiari, disoccupazione e reddito insufficiente sono anche i problemi di chi si rivolge al Rifugio Caritas di via Sammartini a Milano, vicino alla Stazione Centrale. È nato nel 2011 ed è parte integrante della rete dei servizi sociali e privati del territorio. Ha una buona collaborazione con l’Help Center della Stazione Centrale con le forze dell’ordine, che possono segnalare situazioni di emergenza e che periodicamente ricevono la lista degli ospiti.

Il Rifugio è gestito da un coordinatore, 2 educatori e 5 custodi che si danno il turno sia di notte, quando il centro è aperto, sia di giorno, quando è chiuso. Un ruolo fondamentale è ricoperto dai volontari, che si occupano dei colloqui con gli utenti, animano le serate, accolgono le persone e forniscono loro tutti quei servizi che il Rifugio può offrire. Al momento sono circa 15, di norma 3 o 4 per notte: insegnanti, studenti, lavoratori, pensionati. Tutti ricevono una formazione specifica organizzata dal Coordinamento volontari Caritas.

Qui nel corso del 2013 sono state accolte 190 persone, con periodi di permanenza che variano da pochi giorni in situazioni di emergenza, a 2 o 3 mesi, per un totale di 13 mila pernottamenti. Il Rifugio è stato infatti pensato per periodi di accoglienza brevi su invio dei servizi Caritas.

L’età media degli stranieri è di 37 anni, quella degli italiani di 51 anni. Se per gli immigrati i problemi sono soprattutto legati alle pratiche burocratiche e alla scarsa conoscenza della lingua, la maggior parte degli ospiti italiani arriva da una situazione di «normalità». Persone che alle spalle hanno anni di lavoro regolare, con buoni – se non addirittura – alti livelli di professionalità. La crisi economica e la mancanza di reti familiari sono le cause principali che li hanno condotti alla povertà o alla strada attraverso un percorso molto rapido e pieno di sofferenza. Ma qui, per chi accetta, inizia un programma personale di reinserimento definitivo.

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