Redazione

Al cardinale Carlo Maria Martini, nell’anno del suo 80° compleanno, l’augurio affettuoso di poter continuare ancora a lungo a emozionarsi davanti ai testi sacri e a essere voce profetica e testimone autorevole del cammino della Chiesa

di Angelo Casati

Eminenza carissima, le scrivo da Milano, da questa terra che porta segni, orme di piedi. Vediamo orme, le sue. Ci incantiamo a sorprenderle. Anche se non sempre ci riesce di seguirle. Indicano sentieri. Ci sentiremmo smarriti se non fossero rimaste. Come ti prende paura sui monti quando cerchi invano sulle rocce le briciole di colore che fanno segno di via sicura verso la vetta.

Le scrivo nei giorni di un compleanno. Vorrebbero essere parole di augurio. Ma le sento povere. E poi l’augurio nelle intenzioni dovrebbe essere di una Diocesi. Ma come racchiudere in poche parole, le mie, l’augurio di tutti?

La lettera è aperta, ma trattiene pudore. Non può dire la segretezza ultima, l’ultima che ognuno di noi custodisce di lei nel cuore. Si ferma a una soglia, una soglia di segretezza. Si ferma alla soglia degli ottant’anni che nelle scorse settimane ha oltrepassato. Che cosa ci batte nel cuore al pensiero?

Mi perdoni, quasi un desiderio di custodirla, ora che agli occhi, i nostri, si va profilando, senza che Lei faccia nulla per nasconderlo, qualche sintomo di fragilità, frammenti di fragilità nel corpo. La vediamo arrivare con passo un poco più lento, con il conforto lieve di un bastone. E ci prende allora quasi un desiderio di proteggerla, di sfiorarla, senza troppo sequestro nel nostro abbraccio. Per non farLe male.

E ognuno di noi quasi si ritrova a imitare un lontano suo abbraccio, Lei lo ricorda, alla Rotonda dei Pellegrini, quando la vedemmo abbracciare padre David Maria Turoldo, ma lievemente come per non fargli male, in giorni in cui era già così prepotentemente scavato dal drago. Così oggi noi, con uguale tenerezza, quasi a invocare custodia dall’alto. E che la custodia sia a lungo.

Questo vorremmo augurarLe. Che a lungo Le sia preservata l’emozione, l’emozione davanti ai testi sacri, l’emozione che ancora La prende, a ottant’anni, come fosse, mi perdoni, un bambino, un’emozione rimasta inviolata nel tempo. Qualcuno ci raccontò della sua prima visita alla Biblioteca Ambrosiana quando le sue mani andavano sfiorando, quasi accarezzandoli, prese da mistero, i manoscritti sacri. Qualcuno ci parlò del tempo che quel giorno scorreva senza che Lei se ne accorgesse, tanta era la seduzione di quell’incantamento.

E l’augurio prende nel cuore anche la forma di un sogno, un sogno che ci riguarda, il sogno che a noi sia dato ancora a lungo, per grazia, ascoltare nella Chiesa universale la sua voce. Voce inconfondibile, perché voce di un pastore che sorprendentemente, paradossalmente, ha occhi che scrutano lontano e scrutano vicino. Scrutano gli orizzonti di Dio, per questo ci porta lontano dal pantano delle strategie di corto respiro, segno purtroppo di meschinità dello spirito. Noi l’ascoltiamo e ci sentiamo portati al largo, dentro una stagione in cui ci si è arresi a navigazioni a vista, a vista di terra. Arresi, per interesse, a spento e opaco cabotaggio.

Ma gli occhi che scrutano il futuro di Dio hanno contemporaneamente la luce e la tenerezza di chi indugia con amore su ciò che vive accanto, di chi entra nelle case dell’umanità, di chi ne ascolta le speranze e le angosce, di chi non parla, proprio mai, senza prima aver ascoltato.

Le auguriamo di essere a lungo ancora, in questa stagione ecclesiale di segni così contrastanti, testimone di una Chiesa che ha negli occhi la compassione del suo Signore, la passione per la canna incrinata, la custodia del lumicino dalla fiamma smorta, quel rispetto per la coscienza di ogni uomo e di ogni donna che Le attirò e ancora Le sta attirando attenzione e stima al di là dei confini strettamente confessionali, oltre gli steccati, occasione storica per raccontare di un Dio che non si può imprigionare in costruzioni asfissianti, per raccontare di Gesù, il Figlio di Dio, che ha ancora oggi una voce che fa ardere il cuore.

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