Redazione

Il tema scelto quest’anno sottolinea la comunione fra carismi, esperienze spirituali, compiti, opere e testimonianze come terreno particolarmente favorevole all’accoglienza, come risposta alle chiamate del Signore e come progetto per un volto più armonioso, avvincente ed efficace delle stesse. Ce ne parla mons. Ambrogio Piantanida, vicario episcopale per la vita consacrata.

di Ambrogio Piantanida

Sono molto contento del tema scelto per quest’anno, quale emerge sia nel Messaggio di Papa Benedetto che nei Sussidi del Centro Nazionale Vocazioni: «La tua vita per la Sinfonia del Sì». Si tratta della sottolineatura della comunione fra carismi, esperienze spirituali, compiti, opere e testimonianze come terreno particolarmente favorevole all’accoglienza, come risposta alle chiamate del Signore nella Chiesa e come meta, come progetto per un volto più armonioso, avvincente ed efficace delle stesse.

Per quanto capisco, proprio la nostra Diocesi, nell’ampiezza e preziosità della sua tradizione e della sua vita, ancora oggi ha molto da camminare su questo tema, non solo a livello di comunità parrocchiali, dei decanati e delle zone ma tra presbiteri, tra e con i laici e, ancor più, tra e con le tantissime presenze di vita religiosa e consacrata, con gruppi, movimenti, associazioni d’apostolato e missionarie.

Certo il Padrone della messe è generoso e misericordioso e non si lascia fermare dalle nostre incoerenze e ingratitudini, ma è sbagliato sospettare che, se non vede valorizzati e messi in dialogo a sufficienza i Suoi doni, ce ne conceda con minore abbondanza?

A proposito del problema Vocazioni (di speciale consacrazione e non solo per il Sacerdozio ministeriale) da un po’ di tempo mi ritrovo in questo tipo di riflessioni. E’ giusto identificare le difficoltà in questo ambito nel clima culturale consumista, teso all’immediato, indifferente e incapace di visioni e impegni di fondo e duraturi? Ma c’è una coerenza nel sentire, vivere proporre la vita cristiana?

Facciamo un gran parlare di “missionarietà” ma non mi sembra che nel Dna del cristiano ci sia la missione, cioè l’essere testimoni, la capacità di attrarre e comunicare Gesù e il senso bello della vita, la valorizzazione delle ricorse di ciascuno, cui Egli ci apre. E questo non nella linea del “dovere” ma della gioia di sapersi sorprendentemente amati e cercati, per un’alleanza e un’avventura, che ha per sorgente e misura l’amore senza confini del Padre e di Gesù, capace di donarsi fino alla Croce.

Far incrociare questo “tesoro” con il cuore di ciascuno – ragazzo, giovane, adulto – è impresa difficile e domanda tentativi e ricerche senza fine, oltre che amore: ma nulla per il Signore è impossibile. Forse la nostra pastorale deve essere accompagnata da maggiore umiltà, preghiera e apertura alla Spirito. Ma anche da una più risplendente e gioiosa testimonianza. Soltanto così – preti, consacrati, laici, genitori, educatori – possiamo, con umiltà e determinazione, essere certi che almeno per alcuni la chiamata del Vangelo diventi scelta e stile concreto di vita: quella dei primi e di tutti gli autentici discepoli.

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