Dal 28 luglio all'11 agosto un gruppo di ragazzi dell'Associazione ha consociuto la Sicilia, terra piena di bellezze ma anche di contrasti

di Silvio MENGOTTO

«Non abbiate paura – dice papa Francesco – di andare e portare Cristo in ogni ambiente, fino alle periferie esistenziali, anche a chi sembra più lontano, più indifferente». Quest’idea è stata la bussola delle vacanze di un gruppo di giovani di Azione Cattolica ambrosiana che dal 28 luglio all’11 agosto hanno partecipato alla settimana di vacanza e servizio a Palermo e dintorni. I giovani hanno incontrato le bellezze dell’isola e conosciuto i contrasti presenti, le ingiustizie nelle periferie esistenziali e le testimonianze di riscatto. Ogni giorno hanno meditato le beatitudini di Matteo ( 5, 1-12) presentate dall’assistente don Luca Ciotti.

Giuseppe Maniaci, detto Pino, da anni è l’audace conduttore dell’emittente televisiva di Telejato a Partinico (www.telejato.it). Ogni giorno trasmette controinformazione.

«Il desiderio di Pino – dice Andrea, uno dei partecipanti – è informare e vivere da cittadino in modo vero e radicale. Il suo impegno è quello di cercare la notizia. Con telecamera e microfono gira tra la gente cercando la notizia». Nella sua attività Telejato ha accumulato 270 querele e Pino vive sotto tutela dei carabinieri. Famoso il suo telegiornale, può durare delle ore e viene presentato in diretta da chi è in visita all’emittente come è capitato ai giovani ambrosiani.

Il Centro Kala ( www.kalaonlus.org) di Palermo, conosciuto come “Il giardino di Madre Teresa” è «uno spazio per l’integrazione – dice Silvana, animatrice del centro –  e l’accoglienza dei bambini migranti e le loro famiglie dove sperimentare scambi costruttivi e imparare la convivialità delle differenze. Vogliamo essere un aiuto concreto per le mamme che lavorano». Per diverse mattine i giovani si sono improvvisati animatori tra i bambini del centro, in maggioranza di famiglie africane. Alla visita del quartiere Zen i giovani sono accompagnati da Salvo – presidente dell’associazione “Lievito” ( www.associazionelievito.it) – e da suor Maria, presenti da oltre 7 anni nel quartiere. Dalla fine degli anni ’60 ci vivono 25.000 abitanti abbandonati dalle istituzioni. Non ci sono negozi o supermercati, afflitto il degrado sociale e ambientale, come l’immondizia, regnano sovrani. Sono altissimi i livelli di criminalità e infiltrazione mafiosa.  «In questa realtà – dice suor Maria – noi ci siamo stati perché anche un luogo così emarginato non diventi emarginazione. Questo stare insieme ha permesso, seduti per la strada, di entrare nelle famiglie, conoscere le loro necessità, senza la pretesa di risolverle, ma accompagnarle Con queste persone condividiamo pezzi di vita, non servizi che aprono e chiudono. Vogliamo essere un seme di Chiesa».

«Mi ha fatto piacere – commenta don Luca – conoscere questa associazione che fa volontariato allo Zen. La possibilità di andare nelle periferie materiali ed esistenziali mi sembra un segno di evangelizzazione ben preciso. Un segno bello. Forse bisognerebbe aiutare questi ragazzi a uscire, anche le mamme chioccia non permettono di respirare altra aria. Comunque è un segno della Chiesa presente e vicino agli ultimi. Un segno assolutamente positivo».

L’incontro dei giovani con il cardinale Paolo Romeo di Palermo è stato una splendida lezione di storia e fede. Il cardinale ha ricordato che la Sicilia è stata, ed è ancora, un crogiuolo di culture. Greci, spagnoli, arabi e normanni hanno lasciato le loro tracce. «Oggi in Sicilia, come in passato, convivono in tranquillità culture diverse come nella comunità Tamil».

Ha parlato dei problemi dell’immigrazione e definito Lampedusa la porta dell’Europa. La situazione sociale dell’isola è difficilissima. Il cardinale ha ricevuto i manager Fiat per discutere soluzioni alternative alla chiusura di Termini Imerese «ma le logiche aziendali – dice il cardinale – hanno prevalso sul buon senso» e la produzione è stata spostata in Serbia e in India.

Parlando di don Puglisi il cardinale racconta che nel ’93 la mafia, dopo il discorso di Giovanni Paolo II ad Agrigento, mise una bomba nella chiesa romana di san Giovanni in Laterano. Dopo l’attentato il cognato di Riina chiamò il clan dei Graviano del quartiere Brancaccio e disse: «Noi abbiamo messo la bomba a Roma e voi non siete stati ancora capaci di eliminare un prete che è cresciuto proprio al Brancaccio». Pochi mesi dopo, il 15 settembre ’93, don Puglisi viene ucciso in un agguato mafioso al Brancaccio perché si era opposto al reclutamento della manovalanza mafiosa tra i giovani allo sbando nel quartiere. Nella sua parrocchia aveva fondato il Centro Padre Nostro, che è l’esatto contrario di Cosa Nostra. Il Centro ancora oggi opera nel cuore del problema, offrendo concrete alternative di speranza ai giovani emarginati nella strada. Questo cammino pastorale nella periferia della strada era intollerabile per la mafia.

 «La conoscenza – conclude Andrea – di testimoni come don Puglisi favorisce la nascita di semi che ci aiutano a riconoscere tante dinamiche, problemi, rischi che si vivono anche a Milano. È un modo di aprire gli occhi vedendo fatti particolari che permettono di riflettere e riprendere quanto abbiamo imparato e visto».

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