Il cardinale Scola ha incontrato i 118 adulti che a Pasqua riceveranno i sacramenti: «Siete segno di vitalità della Chiesa ambrosiana»

di Filippo MAGNI

catecumeni

"Per la nostra chiesa ambrosiana questo è uno dei momenti più importanti dell’anno, siamo tutti molto felici per il gesto che compirete". Il cardinale Angelo Scola si rivolge con queste parole ai catecumeni che, in tutta la Diocesi nella notte di Pasqua, riceveranno i sacramenti del battesimo e della confermazione.
Sono riuniti tutti e 118, con i loro padrini e madrine, nella sala di via Sant’Antonio a Milano. L’arcivescovo li incontra a conclusione dell’ultimo ritiro del percorso di catechesi biennale. L’incontro è stato chiesto personalmente da Scola già dallo scorso anno, rivela in apertura mons. Paolo Sartor, responsabile diocesano e nazionale del catecumenato.
Nella sala, 118 volti raccontano di conversioni adulte. Ognuno con una storia individuale diversa, ma spesso accomunate da un incontro. Con una persona che con la sua testimonianza ha lasciato trasparire la possibilità di un Incontro più significativo. Sono 70 donne e 48 uomini; 77 stranieri e 41 italiani.
Sono, per usare le parole dell’Arcivescovo, "come germogli che a primavera sbocciano sui vecchi alberi". Il cardinale li ha voluti incontrare per ascoltare le loro domande. Loro non si tirano indietro e gli rivolgono gli interrogativi preparati in gruppo e condivisi con i compagni. Chiedono come possono far sì che l’esperienza della chiesa si rinnovi e non appaia obsoleta ai giovani. O ancora come è possibile creare comunità più accoglienti. Scola risponde "senza illusioni che poi creino delusioni. La vostra scelta – afferma – è un segno di vitalità della Chiesa che dice quanto tutto non sia arcaico e addormentato". Ma la responsabilità della testimonianza "è vostra – aggiunge-. La Chiesa, le parrocchie, non sono qualcosa che si guarda e si giudica, ma realtà di cui siamo parte e di cui siamo responsabili ciascuno in prima persona. Parlando della Chiesa – precisa rivolto al giovane che gli ha posto la domanda e poi alla sala intera – parliamo di te, di me, di tutti noi". E per avvicinare il prossimo a Cristo, "o meglio far sì che il nostro vicino lasci entrare Gesù nella propria vita – spiega il cardinale – l’unica strada è la santità. Il noi ecclesiale deve dare una testimonianza convincente perché attraente, convincente, bella perché seguire Gesù ci fa stare nella realtà in modo libero e felice".
Sono 27 le nazionalità presenti in sala, "un importante segnale di quale sarà il volto del cittadino europeo del futuro", nota Scola. "Un segno di universalità e cattolicità della chiesa – gli fa eco don Sartor – che non va inteso solo in grande scala. Ma è un segno dell’universalità delle nostre singole e magari piccole parrocchie".
Molti riceveranno il battesimo durante la veglia pasquale. E allora la domanda spontanea è "e poi cosa cambia?". O ancora "come si aumenta la fede giorno dopo giorno, nel quotidiano?". Il Cristianesimo, risponde Scola, "non è un vestito da mettere addosso, ma il criterio con cui vivere tutta la vita. Cosa c’entra col fatto che vado al lavoro, ho una famiglia, un coniuge da amare, un figlio da crescere? Questa è la domanda. Il Cristianesimo non è solo nella messa alla domenica, ma deve essere la sorgente continua del mio agire". Perché possa essere abituale il pensiero di cosa c’entra Cristo con la mia vita, aggiunge, "la grande condizione è il noi della chiesa, la comunità cristiana. Nessuno si salva a solo".
Il cardinale poi aggiunge qualche piccolo consiglio pratico: "Non abbiamo paura di rivolgerci a Dio partendo dal bisogno. Non c’è niente di più potente della preghiera di domanda, nella quale c’e una dimensione mistica oggettiva che è aperta a tutti". Le giaculatorie, ad esempio: "Una delle più belle – rivela – che sentivo da mia mamma era «mio Dio, mio tutto». Ma si può anche recita un’Ave Maria sul metrò, un Gloria al Padre quando si ha di fronte un lavoro più delicato, «Dio mio perdonami» quando ci si accorge di aver guardato male un collega, un amico, il coniuge. Partiamo spudoratamente dal bisogno, Gesù poi lo allarga. Se abbiamo la capienza di un bicchierino da grappa, avremo poi quello di un otre", aggiunge con un’immagine suggestiva.
In conclusione afferma i cardinale, essere uomini significa – nella Chiesa ma anche nella quotidianità – essere peccatori. Ma con la certezza, conclude, "della bellissima affermazione di papa Francesco: «Il Signore non si stanca mai di perdonare, semmai siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono»".

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