Redazione

Vanno bene l’assistenza e il creare occasioni ricreative. Ma quello di cui i non più giovani hanno veramente bisogno è di essere inseriti in un tessuto sociale. L’anziano che non si sente “tollerato”, ma che continua a far parte di una rete di relazioni in un ambiente che conosce e nel quale è vissuto per tanti anni, darà il meglio di sé.

di Fulvio Scaparro

In questi ultimi anni, assistiamo a un crescendo di attenzione dei mezzi di comunicazione sulla condizione degli anziani. Dovrei esserne lieto, ma mi sembra di cogliere il permanere dei consueti pregiudizi e stereotipi. Oggi come ieri, l’anziano fa notizia per alcune, eccezionali, imprese di singoli. Io continuo a pensare che dovremmo occuparci di più degli anziani e dei vecchi “normali”, quelli che non compariranno mai in prima pagina, ma che fanno parte del panorama della nostra esistenza quotidiana.

Continuo a credere che sia difficile invecchiare bene quando le condizioni economiche e di salute non ci consentono di ricavare il meglio dalla nostra vita. Il “meglio” è trovare un senso nella nostra giornata, avere un’esistenza fertile, cioè ricca di sogni, progetti, ideali, fino all’ultimo minuto di vita. Il “meglio” consiste anche nell’alleviare le fatiche del vivere di coloro che invecchiano soli, malati, poveri. Il “meglio” è preparare responsabilmente la nostra vecchiaia quando siamo giovani, contribuendo a modificare il clima di negazione, cinismo e indifferenza che rende penosa la vecchiaia degli anziani di oggi e di domani.

Chiunque sia vissuto abbastanza a lungo, almeno questo lo ha imparato: vivere bene fa bene. Guardiamoci intorno. Ci sono tanti anziani validi e attivi, ma tanti altri che si lasciano andare perché si sentono inutili e privati di forze proprio da questo sentimento di inutilità che avvertono nell’atteggiamento degli altri prima che in se stessi, per non parlare di coloro che per condizioni economiche, fisiche o psichiche hanno perduto qualunque autonomia.

Un anziano che si sente solo e inutile reagisce anche negativamente ai disturbi dell’età: artrosi, ipertensione, bronchite o enfisema, ulcera, diabete, malattie cardiovascolari, osteoporosi. Rendere gli anziani più attivi, considerarli una risorsa per la comunità serve dunque anche a ridurre gli effetti invalidanti delle malattie. Provate a vedere, ad esempio, come un anziano si rianima quando racconta un episodio della propria vita a interlocutori non distratti ma curiosi, interessati e partecipi, come avverte dentro di sé le spinte migliori della giovinezza quando sente che la sua giornata ha un senso.

Ma mai come in questa nostra epoca c’è tanta solitudine, forse perché nel flusso crescente di comunicazioni il dialogo è sempre più raro. La solitudine – quella imposta e subita, non quella scelta – e il sentimento di inutilità costituiscono la “malattia” più diffusa tra gli anziani. Occorre dunque favorire in ogni modo il coinvolgimento degli anziani nella vita di comunità con iniziative (meglio se proposte da loro stessi) che li facciano sentire, come sono in realtà, vivi, cioè fertili. Dare loro luoghi dove incontrarsi e organizzare attività non soltanto ricreative, individuare attività socialmente utili in cui l’anziano, se vuole, possa impegnarsi, mettere a disposizione di tutti il suo patrimonio di memoria per far conoscere ai più giovani la storia e le tradizioni della comunità, ascoltarli ogni volta che si debbano prendere decisioni importanti per la collettività.

Ma attenzione. Non sto parlando di attività da laboratorio protetto né di iniziative ricreative che non partano dai loro interessi reali e dalle loro radici. Gli anziani non devono essere ridotti a “bancomat” della memoria da consultare ogni volta che ci viene voglia di sapere “come eravamo”. La memoria è essenziale per la comunità ma gli anziani vivono nel presente ed hanno bisogno di farlo attivamente senza l’elemosina di iniziative posticce. Senza dimenticare che è segno della loro buona salute il fatto che non siano remissivi e che progettino un futuro.

Non basta, dunque, un rispetto di facciata, assicurare agli anziani vitto e alloggio estraniati in maxistrutture senza alcuna identità culturale e affettiva, coinvolgerli in attività prive di costrutto per le quali userei il termine “passatempo” nel significato peggiore, quello di tirare sera non avendo altro di meglio da fare. Rispettare gli anziani significa assicurare loro vita reale, nei luoghi dove sono vissuti, dove ci sono gli affetti e i ricordi, dove si può svolgere qualche attività che abbia un senso.

L’anziano che non si sente “tollerato” ma che continua a far parte di una rete di relazioni in un ambiente che conosce e nel quale è vissuto per tanti anni, darà il meglio di sé, poco o tanto che sia, reagirà meglio alle infermità dell’età, metterà a disposizione della comunità non solo la propria memoria ma anche i propri sogni e i propri progetti.

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