Redazione

Il pellegrinaggio è il modo più efficace di manifestare la vicinanza delle Chiese d’Occidente alle comunità cristiane della Terra Santa. Dall’estate scorsa, a causa della guerra tra Hezbollah libanesi e Israele, il flusso dei pellegrini è di molto rallentato. C’è stata una timida ripresa a Natale. Ci si aspetta una ripartenza significativa in occasione della prossima Pasqua. Ma c’è ancora diffidenza, paura. Per questa ragione i pellegrinaggi che giungono nella città santa di questi tempi sono particolarmente benvenuti.

di Giuseppe Caffulli

«È grave la responsabilità che incombe sulla Chiesa universale a riguardo della Chiesa Madre di Gerusalemme. A tutti i cattolici del mondo si fa dunque dovere di accompagnare con la preghiera e la solidarietà anche economica le comunità cristiane di quella Terra benedetta, che, tra mille difficoltà, offrono quotidianamente e in silenzio un’autentica testimonianza del Vangelo».
È un passo del Messaggio che il cardinal Ignace Moussa Daoud, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha rivolto a tutte le Chiese del mondo in occasione della prossima Colletta del Venerdì Santo (la Giornata mondiale pro Terra Santa che si svolge quest’anno il 6 aprile). Un appello condiviso in pieno dal Custode di Terra Santa padre Pierbattista Pizzaballa, che coglie l’occasione per sottolineare come il pellegrinaggio continui ad essere il modo più efficace di manifestare la vicinanza delle Chiese d’Occidente alle comunità cristiane della Terra Santa. Dall’estate scorsa, a causa della guerra tra Hezbollah libanesi e Israele, il flusso dei pellegrini è di molto rallentato. C’è stata una timida ripresa a Natale. Ci si aspetta una ripartenza significativa in occasione della prossima Pasqua. Ma c’è ancora diffidenza, paura. Per questa ragione i pellegrinaggi che giungono nella città santa di questi tempi sono particolarmente benvenuti. «I pellegrini cristiani costituiscono una testimonianza di pace; la loro presenza da sola dice di un modo differente di vita, di una possibilità di affrancarsi dal clima di conflitto che si respira in Terra Santa».

«La ripresa dei pellegrinaggi – prosegue il Custode – èun aiuto concreto e immediato. Per questa ragione siamo grati a quelle diocesi, come Milano, che non dimenticano le necessità della Chiesa in Terra Santa. La mancanza di prospettive economiche spinge molti cristiani all’emigrazione. Il rischio è che, se prosegue questa diaspora, ci siano sempre meno cristiani nei luoghi che hanno visto la vita terrena di Gesù».

Questi ultimi anni sono stati particolarmente difficili per tutti i cristiani di Terra Santa. A Betlemme, se possibile, ancora di più. «La città è sempre stata legata a Gerusalemme sotto tutti i punti di vista», spiega il Custode. «Il muro di separazione ha creato uno choc psicologico. Dal punto di vista economico è un disastro: Betlemme ha vissuto sempre su due pilastri: turismo religioso e lavoro in Israele. Betlemme non ha risorse per garantire a tutti i suoi abitanti un livello dignitoso di vita. Pochissimi pellegrinaggi si fermano in città. E così crescono la disoccupazione e il senso di frustrazione».

Giovanni Paolo II diceva che la Terra Santa ha bisogno di ponti e non di muri. «Questo significa concretamente che dobbiamo cercare di essere aperti a tutti, avere il coraggio profetico e la libertà di pensare a tutti. Per noi non devono esserci barriere e muri che dividono. La logica del muro è che ci siamo noi e gli altri non esistono. Come Chiesa dobbiamo invece avere a cuore tutti. Dobbiamo farlo capire con i nostri gesti e le nostre parole, ma avere anche il coraggio della solitudine, senza seguire gli schieramenti o ragionare secondo le etichette. È difficile, me ne rendo conto, quando si soffre, predicare la riconciliazione. Se un palestinese sta male e non riesce a raggiungere l’ospedale; o quando tua figlia o tua moglie muore su un autobus che viene fatto saltare… Ma il Vangelo inizia qui, dove iniziano le difficoltà e le contraddizioni. Il sostegno delle Chiese e la presenza dei pellegrini da tutto il mondo è fondamentale anche in questo senso, perché aiuta la Chiesa che è in Gerusalemme non crogiolarsi nel proprio dolore».

Quali sono, allora le sfide che si prospettano per i cristiani di Terra Santa? E quale compito spetta alle Chiese d’Occidente e alle comunità cristiane? Padre Pizzaballa non ha dubbi: «Intanto il nostro sforzo dev’essere quello della testimonianza comune. Come Chiese cristiane, a causa delle nostre divisioni, non riusciamo ad essere credibili e ad avere una voce unitaria. Sul versante del dialogo, come Chiesa cattolica, siamo impegnati fortemente nel campo dell’educazione e della scuola. I nostri istituti, ormai da duecento anni, ospitano cristiani e musulmani insieme. Sono uno strumento concreto per costruire un tessuto di pace».

Chiedete pace per Gerusalemme… Ogni pellegrino prega, oltre che per la sua conversione, con le parole del salmista anche per questa speciale intenzione… «La pace non può nascere senza la giustizia e il perdono. La parola pace in ebraico ha la stessa radice del verbo integrare, completare, pagare. La pace presuppone dunque pienezza, integrità, riconoscimento di ciò che è dovuto all’altro. Dobbiamo pregare perché, come indicato da Benedetto XVI nel suo messaggio, i diritti umani vengano riconosciuti in Terra Santa. Solo in questo modo, restituendo a ciascuno ciò che gli compete, potrà sbocciare la vera pace».

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