Conoscere e sapere usare i new media è indispensabile nel contesto della nuova evangelizzazione, ma non è sufficiente: occorre ripensare il Vangelo «dal di dentro» della nostra cultura

di Gianluca BERNARDINI

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Da tempo se ne parla e se ne discute, ma non sempre si arriva ad affrontare seriamente il rapporto che intercorre tra i nuovi linguaggi e l’evangelizzazione, tra i new media e la catechesi.

Quante volte gli operatori pastorali, di fronte alla difficoltà di fare una proposta cristiana coinvolgente, hanno pensato di utilizzare supporti mediatici per rendere più interessante un incontro di formazione? Molte, crediamo, e a volte con scarsi risultati. Perché? Ciò di cui forse non ci rendiamo conto a sufficienza è che, come affermava il pastoralista Sergio Lanza, «comunicare il Vangelo nel nostro tempo non è questione di abilità dialettica (di parole) e di affabilità comunicativa (di stile). Anche. Ma più radicalmente è questione di senso».

Ripensare il Vangelo dentro la cultura di oggi deve essere un’occupazione costante per chi s’impegna nel servizio pastorale della catechesi. Perciò il linguaggio conta, in modo particolare in questo tempo dove i media sono diventati realmente pervasivi. Di fronte al “nuovo aereopago”, sempre mutante, non possiamo dimenticarci del loro fondamentale influsso: «I media – come affermava il cardinale Martini nella lettera pastorale Il lembo del mantello– non sono più uno schermo che si guarda, una radio che si ascolta. Sono un’atmosfera, un ambiente nel quale si è immersi, che ci avvolge e ci penetra da ogni lato. Noi stiamo in questo mondo di suoni, d’immagini, di colori, d’impulsi e di vibrazioni come un primitivo era immerso nella foresta, come un pesce nell’acqua. È il nostro ambiente, i media sono un nuovo modo di essere vivi».

Conoscerli e saperli usare è indispensabile nel contesto della nuova evangelizzazione, ma non è sufficiente: «Occorre integrare il messaggio stesso in questa nuova cultura creata dalla comunicazione moderna» e tuttavia tenere conto che «è un problema complesso, poiché questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi» (Redemptoris Missio, n.37). Da qui viene la necessità di verificare le forme di comunicazione che oggi ancora usiamo come comunità cristiana nel proporre sostanzialmente il Vangelo.

Se dovessimo guardare alla prassi, non si può non ammettere che spesso, come afferma il teologo Ugo Sartorio, «il linguaggio utilizzato dalla Chiesa per comunicare il Vangelo è un linguaggio ingessato, stereotipato, che sa di vecchio ed è imbevuto di noiosa retorica, per cui invece di suscitare interesse è un invito a staccare la spina». Di fronte dunque ai ragazzi che si nutrono di altri linguaggi non possiamo non constatare, per esempio, come l’epoca di un certo tipo di catechesi sia finita. Che cosa è cambiato? È cambiato esattamente il modo di comprendere Dio nella nostra vita, e tuttavia spesso non il modo di proporlo. Così si è continuato a comunicare la dottrina, ma non la fede. Non si è tenuto presente che è mutato l’ambiente con l’universo simbolico dei principali interlocutori. A volte ci si è illusi che all’utilizzo delle nuove tecnologie, nell’ambito dell’annuncio, corrispondessero risultati migliori, senza tenere conto che «è tutto il processo del diventare cristiani che deve essere ripensato» (Lanza) .

Pertanto occorre ripensare il Vangelo “dal di dentro” di questa nostra cultura e agire poi di conseguenza. Come afferma il sociologo Zygmunt Bauman, «ciò che la mentalità moderna ha fatto è stato rendere Dio irrilevante per gli affari umani sulla terra». Forse per troppo tempo non ci si è accorti di parlare linguaggi diversi e di vivere in un mondo non più imbevuto di religiosità. Oggi, dunque, il dramma della fede sembra essere l’insignificanza. Per questo giustamente, come Chiesa, diceva sempre Lanza, «dobbiamo chiederci onestamente se il messaggio cristiano risponde agli interrogativi esistenziali dell’umanità di oggi. Senza del quale il Vangelo non è più “vangelo”, cioè grande e bella notizia». Quindi o la fede tocca la vita o ciò scivola via implacabilmente e viene riposta nel ripostiglio delle cose inutili. Allora non si può parlare semplicemente di un adattamento attraverso un rivestimento lessicale o semplicemente tecnologico, ma un portare, “comunicare” il Vangelo, con tutto il suo carico di novità, nella situazione presente. Trovandone “il vestito adatto”. E su questo abbiamo ancora molto su cui lavorare.

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