Maurizio Bozzolan, da 29 anni sacrista a Sant’Agostino: «La chiesa va valorizzata e amata, sia nella struttura, sia nelle relazioni con le persone»

di Francesca LOZITO

sacrista

Da Rovigo a Milano per fare il sacrista. È una bella storia, quella di Maurizio Bozzolan, da 29 anni sacrista a Sant’Agostino, la chiesa dei salesiani in via Copernico a Milano.

«Avevo 33 anni, era il 1986 – ricorda -. Abitavo a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, e facevo lavori saltuari: nella nostra zona il tasso di disoccupazione è sempre stato alto. Dopo aver letto un annuncio su Avvenire per la ricerca di questa figura ho risposto. Sono stato l’unico a venire a vedere di persona, e mi hanno assunto…».

Perché è bello fare questo mestiere? «Io me ne sono innamorato fin da piccolo: nel mio paese c’era un sacrista molto simpatico, che aveva un feeling particolare coi bambini. E poi si prendeva cura della chiesa, delle sue opere d’arte…». La cosa più importante è custodire sia la struttura, sia le relazioni: «La chiesa va valorizzata e amata – prosegue -. L’incontro con le persone è quel che mi entusiasma di più. Il sacrista è la prima persona che la gente incontra entrando in chiesa, perché i preti magari sono presi da altre cose…».

Gioie, fatiche, affanni, notizie importanti: tanta vita passa dentro le chiese. Tante le persone che, frequentando assiduamente o solo per un ingresso, si accostano a questo luogo, «e allora bisogna sempre accoglierle col sorriso sulle labbra. Lasciare a casa i propri problemi e così prendersi cura del popolo di Dio…».

Spesso i sacristi sono persone sposate, con una famiglia: come interagisce la moglie con un mestiere che è lavoro e servizio allo stesso tempo? «Mia moglie e mia figlia sono molto pazienti con me. – risponde – Anche loro vivono il “peso” della mia professione, il fatto che il sabato la domenica e durante le festività noi sacristi dobbiamo lavorare». Bozzolan sta per andare in pensione e per questo ha comprato casa: è infatti uno degli ultimi sacristi ambrosiani con una casa della parrocchia.

Maurizio ama davvero la “sua” chiesa. La definisce «la più bella di quelle costruite nel Novecento a Milano». Ogni giorno il suo lavoro è scandito dai ritmi delle celebrazioni: «La mia giornata-tipo in settimana inizia alle 7.30. La chiesa è già aperta dalle 6.45 perché c’è la prima messa alle 7, e ad aprire ci pensano i sacerdoti. Poi, finite le liturgie – durante le quali faccio servizio all’altare, dirigo il gruppo ministranti, preparo i calici, le particole, l’incenso – se non capita qualche funerale, sono in chiesa fino a mezzogiorno, per riordino, pulizia, incontro con le persone, tutto quello che serve. Il pomeriggio sono in servizio dalle 15.30 alle 19.30. Preparo tutto per le due messe, e poi alle 19.30 chiudo».

I tempi dei giorni di festa sono più lunghi, naturalmente: «Apro alle 7.30. Ci sono tre celebrazioni durante la mattinata, e io sono sempre in servizio». Un’abitudine domenicale che si ripete da trent’anni: «Una delle prime cose che faccio la domenica mattina è mettere a posto i giornali della “buona stampa”…» precisa. Dopo la Messa delle 11.30, alle 13 va a casa. Poi c’è il pomeriggio: «Riapro le porte alle 16.30; l’ultima messa del pomeriggio è alle 18.30, alle 19.30 chiudo». Non prima di aver atteso «che le ultime “pecorelle” siano uscite. Io non faccio tintinnare le chiavi, non mando fuori mai nessuno», conclude orgoglioso.

Ti potrebbero interessare anche: