Il cardinale Scola ha presieduto la Celebrazione della Passione e Deposizione del Signore in un Duomo gremito. L’offerta totale di sé, come avvenne per il Signore e accade oggi per tutti i martiri, è anticipo della risurrezione, ha sottolineato l’Arcivescovo

di Annamaria BRACCINI

Passione 2014

Nel momento più terribile del dolore e della morte, della Passione e della Deposizione del Signore, la certezza della risurrezione parla, comunque, al nostro cuore e ci libera.

Il cardinale Scola, in Duomo – moltissimi i fedeli di tutte le età che si stringono attorno al Crocifisso –, presiede, concelebrata dal Capitolo della Cattedrale, la liturgia del Venerdì santo.

Momento fondamentale dell’intero anno e della nostra vita di cristiani. “Pasqua di Crocefissione”, come l’antico Rito ambrosiano definisce questa Celebrazione.

E, allora, sono molti e carichi di un significato profondissimo, i gesti e i segni che rendono viva ed evidente la memoria del sacrificio del Redentore. Il rito della luce che rischiara le tenebre, l’Inno, la prima e la seconda Lettura dal Libro del profeta Isaia, che prefigurano, nella figura del Servo di Dio, Gesù, il canto davanti all’altare del “Tenebrae” tipico ambrosiano, il Vangelo di Matteo che riprende nella lettura dal punto in cui si era interrotto nella celebrazione in “Coena Domini”: tutto avvia verso questa la straordinaria “Pasqua di crocefissione”.

Il Cardinale proclama solennemente la pagina evangelica – ed è l’unica volta che avviene durante l’anno, per un un’antica tradizione della Chiesa Cattedrale -, nel momento in cui “Gesù gridò a gran voce ed emise lo Spirito”, in Duomo scende l’oscurità, ci si inginocchia e si spoglia l’altare.

È «l’inaudito cammino del disegno di Dio per vincere il male». E l’Arcivescovo, nella sua riflessione, sottolinea così proprio lo stupore per «il fatto inaudito che la sofferenza fisica e morale generi salvezza e liberazione e che dalla morte nasca la vita».

«La scelta libera di Cristo di prendere il nostro posto, di ciascuno e di tutti i membri della famiglia umana di ogni tempo e luogo», segna la «vittoria sul male». Vittoria che sorge dalla libera – spontanea – accettazione della Passione da parte di Cristo, come evidenzia il Catechismo della Chiesa Cattolica. Sono la libertà e amore del Figlio in cui si manifesta l’amore del Padre. Da qui, l’indicazione, anche per noi, che «ci chiede il Venerdì santo: la libertà piena», perché «non c’è vera libertà senza amore». Esattamente il contrario, osserva il Cardinale, di ciò che si crede comunemente oggi, «magari commuovendosi, come diceva Umamuno, davanti al Crocifisso, pensandolo come una bella favola».

Non è così per noi: «La certezza della risurrezione è così potente che, in un certo senso, anticipa la risurrezione stessa. È l’esperienza di tutti i martiri. Li vogliamo ricordare questa sera contemplando il Crocifisso. Questa certezza incrollabile della presenza al nostro fianco del Crocifisso, che si chiama fede, ci liberi dal peccato e dalla morte».

Fede da vivere con lo stesso atteggiamento della Vergine, cantato nel “Caligaverunt”; nell’adorazione della Croce, che in Duomo viene portata in processione dall’ingresso fino all’altare maggiore; nella preghiera universale con le sue undici orazioni – che paiono abbracciare il mondo intero, dal Papa ai fratelli maggiori ebrei, dai cristiani di tutte le Confessioni a chi non crede, dai governanti ai defunti -, per arrivare, infine, al ricordo della Deposizione del Signore che guida a contemplare la scena della sua sepoltura. Quando, alla conclusione ancora del racconto di Matteo, cala il silenzio e viene velata la Croce.

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