Il Cardinale Scola ha presieduto nella parrocchia di San Gerolamo Emiliani la Celebrazione eucaristica per i cinquant’anni di vita della Comunità. «Chiediamoci», ha detto, «quale sia la nostra fede»

di Annamaria BRACCINI

visita san gerolamo emiliani 2015

Nel pomeriggio inoltrato e gelido, tra il grigio plumbeo del cielo e quello della periferia metropolitana, il cardinale Scola arriva tra la gente, tanta, della parrocchia di San Gerolamo Emiliani, nella vigilia del giorno in cui si celebra la memoria liturgica di questo grande e preveggente educatore della gioventù e degli orfani.

Il Decanato è quello di Lambrate, di cui l’Arcivescovo incontra, al termine della Celebrazione eucaristica, i sacerdoti – «uno dei Decanati più piccoli, ma tra i più vivaci», nota – e, infatti tra gli undici concelebranti, oltre il vicario episcopale della Zona I, monsignor Carlo Faccendini, ci sono il decano don Mario Garavaglia e alcuni dei preti delle Comunità pastorale che lo compongono. «Esprimo la gioia di tutti noi», dice il parroco, padre Luigi Bazzani della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth (accanto al Cardinale è anche il superiore generale) fondata da san Giovanni Piamarta, che ricorda come proprio cinquant’anni fa «il cardinale Colombo abbia inaugurato questo tempio al culto. Tempio che è diventato, negli anni, punto di riferimento per la gente di Cimiano dell’incontro con il Signore che Lei, Eminenza, qui rappresenta».

«Quando la domenica proclamiamo la Parola di Dio è Gesù stesso che ci parla, come ci dice il Concilio. Questa domenica, nel rito ambrosiano, è dedicata alla Divina Clemenza e dobbiamo, quindi, prestare molta attenzione all’episodio del Vangelo, ascoltando appunto la voce di Gesù», dice l’Arcivescovo in apertura dell’omelia, riferendosi all’episodio di Luca al capitolo 7.

«Potremo, allora, identificarci magari con il Fariseo, una persona gentile ma che aveva un pregiudizio sul Signore e che trova nel comportamento della donna peccatrice una giustificazione alla sua posizione corretta, ma sostanzialmente ostile a Gesù».

Tuttavia, per noi fondamentale – sottolinea – è il comprendere «il contenuto di ciò che Cristo dice, in conclusione al Fariseo, rivelando il senso della clemenza e, dunque, dell’amore»: “Sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato”.

Da qui una prima indicazione: «Possiamo riprendere questo ammonimento durante la settimana, in famiglia o con gli amici, perché vale la pena tornare su quanto apprendiamo la domenica. Il Signore chiama per nome il peccato – un concetto che noi oggi stiamo perdendo – ma perdona perché ama».

Il pensiero è per la Lettera ai Galati con le parole, “non vivo più io, ma Cristo vive in me”, proprio – scandisce Scola – «il contrario della tentazione dell’uomo contemporaneo, un individualismo che intacca talvolta anche i rapporti più cari. È questo accade perché Dio trinitario non ci muove più dall’interno e non viviamo più nella fede in Colui che ci ha amato».

Nasce così quella che l’Arcivescovo definisce la grande domanda: «questa fede e ciò che veramente domandiamo tutti i giorni? È realmente intrisa dall’amore per Cristo che ci ha insegnato cosa è l’amore. So che qui sono tante le opere educative ed assistenziali, ma, soprattutto in questo tempo, abbiamo bisogno di essere mossi da un rapporto personale con il Signore che può essere vissuto solo nell’Eucaristia. Cerchiamo di fare nostra l’affermazione di Paolo ai Galati e anche l’espressione del profeta Osea – “Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce”. «La consistenza del nostro amore per Gesù, e quindi per tutti gli uomini, il senso del “per Chi” iniziamo di nuovo ogni nostra giornata, l’amore per Gesù che passa ai fratelli, incrementato dalla fede ci renda capaci di vivere e di comunicare questa stessa fede».

E, alla fine, dopo che una bimba della Prima comunione è salita sull’altare vicino al Cardinale spiegando che i piccoli portano alcune coccarde come simbolo delle parrocchie del Decanato da cui provengono, l’Arcivescovo conclude: «Sono molto colpito dalla lunga storia secolare del quartiere, avete una grande tradizione alle spalle come parrocchia e Decanato. Ai sacerdoti dico che si trovino regolarmente per l’intensificarsi dell’azione ecclesiale comune. Ai giovani dico che bisogna imparare ad amare. A tutti raccomando molto la semplificazione della vita delle nostre realtà. Questo significa andare a fondo all’esperienza di Comunità che facciamo, perché la persona non fiorisce senza la Comunità e questa non è tale se non fa fiorire la persona. Viviamo gli aspetti della nostra vita ecclesiale e associativa, della vita pratica, come il Centro di ascolto, secondo la fede. Riflettiamo sul senso del vivere e su quello che San Paolo chiama “il pensiero di Cristo” per affrontare le sfide del cambiamento. Continuate con maggior decisione sulla strada dell’assumere la bellezza, la bontà e la verità di appartenere al Signore al di là di ogni nostro limite e peccato».  

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