Nell’ultimo giorno dell’anno, il Cardinale ha reso grazia a Dio con il canto del Te Deum, al Pio Albergo Trivulzio, dove ha visitato gli anziani, e nell’Eucaristia presieduta in San Fedele

di Annamaria BRACCINI

Te Deum_Trivulzio

Gli anziani che possono aiutare, anche nelle difficoltà dell’eta avanzata, le generazioni più giovani, divenendo testimoni della ricchezza dell’esperienza affettiva della loro lunga vita, della relazione positiva con l’altro, di cui tanto vi è necessità nelle nostre comunità cristiane e, con le debite distinzioni, nella comunità civile.  Il cardinale Scola, come tradizione, visita il Pio Albergo Trivulzio, per il Te Deum dell’ultimo giorno dell’anno, cantato nella chiesa settecentesca interna alla struttura.
Ci sono i degenti, i medici, gli indispensabili volontari, il direttore dell’Istituto, Laura Ferro e il vicedirettore Bruno Perboni, la vicesindaco De Cesaris, il vicepresidente della Provincia Maerna e i sacerdoti.
Il Cappellano, don Carlo Stucchi pronuncia l’indirizzo di saluto parlando del Trivulzio come «porzione di campo del mondo, porzione che custodisce e cura la vita dell’uomo nell’eta avanzata o nell’esperienza fragile della malattia». Una "squadra" fatta di tante componenti che "giocano" su un unico campo, pur «tra tanti problemi»: quello della cura e dell’attenzione a chi ha bisogno nella fragilità degli anni. 
Si rende grazie, si prega insieme e si ascolta la Parola, nella pagina evangelica di Luca che racconta la parabola di Zaccheo.
«Cantiamo questo grande inno della Chiesa come espressione di gratitudine verso di Lui che ci ha accompagnato lungo tutto quest’anno», dice subito l’Arcivescovo nell’omelia, aggiungendo: «Abbiamo una speranza affidabile, Dio, per questo il nostro insopprimibile desiderio di durare oltre la morte non andrà deluso».  
Occorre guardare con realismo alla nostra finitudine, alle esperienze di gioia e di dolore fisico e morale che, con il peccato, attraversano la vita di ognuno di noi, suggerisce ancora, ma è altrettanto fondamentale coltivare la speranza, proprio perché «se tutti abbiamo tale desiderio è perché qualcuno lo ha messo nel nostro cuore, Dio. Il nostro destino non è una caduta nel nulla, ma è con il Signore, dentro un’esperienza di amore, di solidarietà, che sarà positiva, senza i limiti e le sofferenze cui siamo sottoposti quaggiù». 
Il richiamo è a Zaccheo che «cercava di vedere Gesù». Da qui il primo augurio del Cardinale, rivolto direttamente ai degenti: «Che questo tempo, pure segnato dalla vecchiaia, sia attraversato dalla speranza alimentata, ogni giorno, dalla ricerca del volto di Dio. Una mano  paterna ci aspetta e, quando sarà il momento, vorrà stringere la nostra».  E cita, allora, l’Arcivescovo, papa Francesco e la sua attenzione ai piccoli e agli anziani, contro ogni «cultura dello scarto e dell’emarginazione».
«L’uomo è fragile nei primi anni e nella vecchiaia, nota. Come i bambini nell’aurora della vita, più ci indeboliamo, più abbiamo bisogno intorno a noi del sorriso e della cura di chi ci ama ed è impegnato nella nostra custodia».
Si entra, così, in quella che Scola definisce «la questione fondamentale della professionalità e di tutto ciò che può eliminare il dolore e sostenere la qualità della vita», specie in un «prestigioso luogo di accoglienza che fa da tanti anni onore a Milano», come è il Trivulzio.
«Al centro c’è la dignità insopprimibile della persona, qualsiasi sia la sua condizione psicofisica».
Una domanda si fa quasi spontanea. «In che cosa le persone anziane possono aiutare i più giovani?, Essendo, con la loro storia, testimoni delle esperienze umane primarie, del lavoro, degli affetti, della festa».
Occorre, allora, che la città valorizzi di più questi luoghi che rappresentano anche un tesoro di esperienza affettiva. Basti pensare al volontariato, qui molto attivo – esempio che «la parola 2lavoro2 è più ampia della professionalità, implicando la capacità di donarsi» – e all’insegnamento che ne può «al cittadino e al fedele che vive il tempo della forza e della pienezza della vita».
Infine, l’auspicio che è per tutti: «Vedere il volto di Dio e cambiare vita. Anche noi dobbiamo accogliere l’invito al cambiamento, abbiamo bisogno di riprenderci, perché solo il cambiamento garantisce la crescita e la crescita è vita».
Poi, dopo il suggestivo e tradizionale Te Deum in ginocchio, la benedizione e il saluto portato dal Cardinale a uno a uno dei malati in carrozzina e a chi gli si stringe attorno con affetto in chiesa e fuori.
Benedizione e parole di incoraggiamento che l’Arcivescovo rivolge anche e, forse, soprattutto, ai ricoverati nella RSA “Bezzi” dell’Istituto, 19 persone in stato vegetativo che ricevono la sua visita e ai 13 ricoverati nell’hospice

 

E, ancora nella serata del 31 dicembre, il Cardinale dà voce alla gratitudine a Dio, fonte di speranza affidabile, con il Canto solenne del Te Deum in San Fedele proseguendo una tradizione risalente, con ogni probabilità, a san Carlo Borromeo. Un rendere grazie al Signore che mai ci abbandona – e non lo ha fatto, certo, in questo pur difficile 2013 -, ma anche parole chiare perché, «a livello personale e delle realtà primarie che viviamo», quali la famiglia, i cristiani non dimentichino i contesti critici dell’oggi.

L’Arcivescovo presiede, infatti, la Celebrazione eucaristica nella parrocchia di Santa Maria della Scala in San Fedele, gremita di milanesi, presenti anche le autorità locali. Concelebrano l’Eucaristia, il vicario generale, monsignor Mario Delpini e i padri Gesuiti della Comunità: il Superiore, padre Lino Dan, che è anche il parroco, dà il benvenuto all’Arcivescovo, le cui parole in questa Messa vigiliare dell’Ottava del Natale del Signore, Giornata dedicata alla pace, hanno subito il senso di un appello alla consapevolezza e alla responsabilità che ne deriva.

«Senza voler in alcun modo sottovalutare gli affetti spesso feriti di padri, madri e, soprattutto di figli, è doveroso richiamare – anzitutto noi e quindi la nostra Chiesa ambrosiana – a promuovere energicamente il bene ecclesiale e sociale della famiglia fondata sul sacramento del matrimonio tra un uomo e una donna, come legame stabile ed aperto alla vita. Il nostro Paese è segnato da un freddo gelo demografico di cui si parla troppo poco e che ci porterà tra quindici o vent’anni a una situazione che appareo moltro preoccupante. Dobbiamo avere il coraggio di dire la scarsa rilevanza che le Istituzioni danno alla famiglia, non avendo mai adottato, come invece è avvenuti in altri Paesi europei, politiche familiari adeguate».

Da qui, la richiesta di un impegno “dal basso”, di cristiani e non, per accogliere l’indicazione del Santo Padre affinché si “possa ridestare in tutti la consapevolezza del carattere sacro e inviolabile della famiglia”.

E proprio all’elezione di papa Francesco e alla coraggiosa rinuncia al ministero petrino di Benedetto XVI – i due grandi eventi in cui l’intervento della Provvidenza è brillato con particolare intensità nell’anno che sta per finire -, l’Arcivescovo invita a guardare con fiducia e gratitudine.

Ma che ne è, oggi, del “pensiero di Cristo”, nelle nostre giornate, nelle nostre società, nelle nostre stesse comunità cristiane poco capaci talvolta di silenzio e di ascolto, di semplificazione delle strutture?, si chiede Scola. La dimenticanza significa venir meno all’annuncio del Vangelo che riempie di gioia, «un annuncio che, con le debite distinzioni, giunge fino a fecondare la quotidiana convivenza anche nelle nostre società plurali».

Ancora una volta è tale coscienza a fondare la pace e l’amicizia civica. Scandisce, infatti, l’Arcivescovo: «Consapevoli della situazione critica in cui si trova il nostro Paese, siamo, quindi, chiamati a favorire a tutti i livelli, quel principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale».

Insomma, l’unità è superiore al conflitto, come dice il Papa in Evangelii gaudium. Queste parole di Francesco indicano agli italiani, per il Cardinale, una via percorribile. «Evitare la strada del conflitto sociale a ogni livello, per assumere la responsabilità comune di edificare vita buona e buon governo è la sola garanzia per realizzare quella pace che dipende dallo sguardo del risorto su di noi».

Pace che si fa, allora, invocazione, per “non dimenticare” i conflitti, soprattutto in Africa, la tragedia della fame che «continua a sfigurare il volto di milioni di cittadini nel Sud del pianeta, la persecuzione dei cristiani che arriva al martirio. Realtà su cui non si può tacere, così come di fronte.

Di fronte a quella che definisce “afasia”, siamo, come europei, chiamati a un esame di coscienza cui non possiamo o dobbiamo sottrarci. E, seppure, qualche timido segnale di ripresa economica c’è, in Italia, «tutto questo non basta, noi ci poggiamo su Gesù, il cui santo nome significa “Dio salva”». Quel Signore cui rendere grazia e al quale chiedere di essere “capaci di verità, giustizia, amore e libertà”, per usare le parole con cui Giovanni XXII nella Pacem in terris identificava i quattro pilastri della pace. «Una pace possibile e dunque doverosa».

E, dopo il canto del Te Deum, c’è ancora un momento per l’augurio per la città e la Diocesi, «nella prospettiva di un fede tenacemente invocata e testimoniata da cui derivi anche il contributo alla nostra società civile», magari attraverso gesti semplici come ricordarsi di persone lontane, dei più bisognosi o dei più feriti negli affetti».

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