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Elisabetta Larovere, curatrice del sesto rapporto Caritas, traccia un ritratto dei nuovi poveri a partire dai dati raccolti da 63 centri d’ascolto diocesani. Ne emerge un profilo altamente legato a problematiche lavorative e abitative, in cui gli stranieri sono la maggior parte del totale. Ma non pochi sono anche gli italiani che improvvisamente si trovano in situazione di bisogno, spesso in seguito al dramma dell’indebitamento.

di Filippo Magni

L’identikit di chi si rivolge ai centri d’ascolto: straniero, donna, 40 anni d’età, coniugato, con permesso di soggiorno, preparazione scolastica medio-alta, disoccupato. È il ritratto che emerge dall’analisi dei dati raccolti nel sesto rapporto sulle povertà redatto dalla Caritas ambrosiana e raccolto nel testo “Gli equilibristi – tra vecchie povertà e bisogni emergenti”.

«Il rapporto – spiega Elisabetta Larovere, tra i curatori dell’indagine – è stato preparato a seguito dei bisogni espressi da 14.981 persone che si sono rivolte a 63 centri d’ascolto della diocesi di Milano». Il 27,8% di questi è rappresentato da italiani, che presentano un’età media di oltre 10 anni più alta rispetto ai loro omologhi stranieri: si passa dai 37,6 anni ai 48,7 per le donne, e dai 35,8 ai 46,5 nel caso degli uomini. «La differenza – prosegue Larovere – è facilmente giustificabile con il fatto che gli immigrati giungono in Italia per cercare lavoro, e dunque si trovano in situazione di bisogno fin da giovani, anche appena arrivati qui. Gli italiani esprimono invece bisogni differenti, che vanno dall’accompagnamento personale alla ricerca di un’abitazione; spesso si tratta di situazioni di emergenza in cui le persone si trovano in seguito a licenziamenti, problemi familiari o di salute, disgrazie non prevedibili».

Semplificando di molto la situazione, si può dire che gli immigrati si rivolgono ai centri d’ascolto cercando un servizio da ufficio di collocamento, ed esprimono meno necessità abitative (si adattano molto e sfruttano una rete di amicizie e parentele fra connazionali) che invece sono caratteristiche delle richieste degli italiani, insieme al sostegno personale.

Proseguendo nell’osservazione dei dati, sorprende leggere che il 14% di chi si è rivolto ai centri d’ascolto ha un lavoro e nonostante ciò ne chiede un altro. «Ci sarebbe da aprire tutto il capitolo della precarietà occupazionale – conclude Larovere -, ma l’argomento è difficile da approfondire e necessiterebbe decine di pagine. È possibile però rilevare che la maggior parte di questo 14% lavora solo part-time o è sottooccupato o ancora ha bisogno di una seconda occupazione: condizioni che rendono impossibile vivere dignitosamente con il solo reddito percepito».

Oltre ai bisogni espressi direttamente dagli utenti dei centri d’ascolto, Caritas ha chiesto anche a 46 operatori quale fosse la loro percezione rispetto alle condizioni di vita di chi li ha interpellati. 38 di questi hanno dichiarato che è l’indebitamento una delle maggiori cause di povertà dei nostri tempi: «Moltissimi – prosegue Larovere – richiedono crediti per l’acquisto di beni superflui, non sono in grado di gestire il bilancio familiare e con l’illusione di finanziamenti facili spendono più di quanto si possano permettere». Svariate le cause di tale comportamento: la perdita del lavoro, le dipendenze (soprattutto da alcolici) e, soprattutto per gli stranieri, l’inserimento in un contesto nuovo rispetto a quello della nazione di origine e il desiderio di emulare stili di vita apparentemente accessibili.

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