Sui temi della Nota pastorale dell’Arcivescovo interviene una coppia di sposi impegnati nella guida dei ragazzi e nell’insegnamento

di Annamaria BRACCINI

Lorena Cicchelli

«Penso sia necessario un maggiore impegno per colmare la difficoltà educativa, specie per quanto riguarda l’ambiente scolastico, che mi interessa più da vicino e che conosco direttamente». Non ha dubbi Giampiero Cicchelli, docente di religione nell’Istituto «Ics Val Lagarina» di Quarto Oggiaro, sposato con Lorena, insegnante in una scuola dell’infanzia parrocchiale di Rho, una figlia in arrivo in agosto. Impegnati entrambi nella vita pastorale della Zona IV (Rho), i coniugi Cicchelli sono membri di Rinnovamento nello Spirito Santo (Rns), movimento di cui lui è anche responsabile di zona. Insomma, due cristiani che di questione educativa se ne intendono.

«Mi pare importante approfondire il tema della comunità educante – continua Giampiero riflettendo sulla Nota pastorale del cardinale Scola -. Ritengo che sia stata una scelta particolarmente adeguata al contesto di oggi e lungimirante, guardando al domani, scegliere questo orizzonte di riferimento a livello diocesano, sull’esempio della prima comunità cristiana – così come è definita in Atti 2,42-47, citata in conclusione della Nota – che partecipa alla vita dei ragazzi e li accompagna».

Nella Nota il Cardinale richiama il danno che viene da una vita frammentata, scomposta in «compartimenti stagni», in cui il ragazzo studia, fa sport, va in oratorio e al catechismo, ma tutto senza un’esperienza unitaria di crescita della personalità. È così?
In effetti, anche se non in tutti, esiste una frammentazione della vita giovanile nei diversi stadi e momenti esistenziali. Manca, spesso, un “filo conduttore”, la possibilità di orientare la vita dei nostri ragazzi, a un fine che non disperda in tanti rivoli la loro giornata. Per questo la parola-chiave credo che sia “sinergia”: noi adulti dobbiamo, per primi, cogliere a pieno il valore cruciale di questa sfida che ci interpella come genitori, educatori, laici impegnati nella realtà ecclesiale. In tal senso, la Nota è uno strumento di orientamento prezioso per fare sintesi.

Ed è anche uno strumento di lavoro, che parte dalla concretezza della situazione attuale perché, come scrive l’Arcivescovo, «la comunità educante non è comunità a sé, ma espressione specifica della Chiesa-comunione»…
Esattamente. Sono convinto che la strada sia riuscire a fare sintesi in maniera virtuosa, senza moltiplicare strutture o crearne di nuove, ma valorizzando quel tanto di bene che esiste nella nostra Chiesa locale, formando tutti insieme luoghi di condivisione».

Quale l’ambito nel quale vi pare più urgente lavorare?
Sulla mia esperienza posso dire che a livello catechetico, il rapporto tra le parrocchie e Rns, per esempio, funziona e dà i suoi frutti. Continuo, però, a dire che si deve sviluppare una maggiore consapevolezza per un orizzonte comune. L’oratorio c’è, i ragazzi pure, ma mancando una vera comunità educante si arriva a quella dispersione – o “emorragia” – che è sotto gli occhi di tutti.

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