Il cardinale è intervenuto giovedì alla settimana di Rimini organizzata da Comunione e Liberazione per presentare la mostra su San Carlo, figura ancora attuale che con il suo esempio sollecita i cristiani di oggi a vivere i valori della preghiera e della carità

di Annamaria BRACCINI

meeting rimini

Può un santo cinquecentesco essere l’emblema di uno stile di vita attualissimo, mettere in fila, in una kermesse internazionale di fronte alla mostra che ne racconta la vita, centinaia di persone che arrivano da ogni parte d’Italia e anche da Paesi lontani? Richiamarne un altro migliaio nella grande aula dove il suo successore di questi ultimi anni alla guida della Chiesa di Milano, parla di lui?
Si, può. E così succede – tra tensiostrutture modernissime, spazi espositivi tipici dei nostri tempi – che al Meeting per l’Amicizia fra i popoli di Rimini, promosso dal Movimento di Comunione e Liberazione, san Carlo Borromeo divenga uno dei grandi protagonisti, «esempio e sfida per la nostra mentalità di oggi, troppo spesso tentata da falsi miti», dice il cardinale Tettamanzi che arriva appunto al Meeting – è la prima volta – per conoscere da vicino questa realtà grande e importante del panorama cattolico e sociale italiano, ma anche per intervenire a un atteso incontro centrato sull’immagine pastorale del Borromeo e inaugurare la rassegna appunto dedicata a san Carlo.
Vero filo rosso di tutta la giornata riminese del Cardinale, che a partire dall’immagine carolina, legge in filigrana un preciso insegnamento per l’oggi. «San Carlo è una provocazione per tutti noi, perché seppe realizzare una presenza costante, quando le cose andavano bene e quando andavano male, parlando al momento giusto con coraggio e sapienza, anche controcorrente». E, ancora, «il suo senso del dovere indica che ognuno è responsabile delle proprie azioni e che, come accade spesso adesso, se si cercano scusanti quando si viene meno al proprio dovere, si scende a compromessi, si sceglie la strada più comoda, non certo quella del Vangelo».
«Dobbiamo recuperare uno stile di vita più evangelico e più umano, più sobrio e solidale».

La crisi

Inevitabile il riferimento, anche molto concreto, alla crisi: «Ovvio che sono preoccupato, come tutti, per la precarietà del Paese» riflette, «ma proprio per questo non mi stanco di richiamare la necessità di un cambiamento radicale di atteggiamenti e di sili di vita. Chiediamoci cosa significa essere sobri, quando l’idolo è il denaro, l’essere preoccupati solo di sé e non invece attenti a quella responsabilità globale che ci deve vedere solidali quali cittadini del mondo. Se rimaniamo saldi in Cristo, nella fede – basti pensare alla Gmg di questi giorni – riusciamo a non essere travolti dai ritmi della modernità, a “cambiare il cuore”, a riformare noi stessi per primi. Con la conclusione che la Chiesa e la società riceveranno il frutto di un rinnovamento autentico, di una nuova primevera».

La mostra

Da vivere con speranza, secondo valori “alti”, come quelli che illuminano appunto la mostra del Meeting, “San Carlo Borromeo. La casa costruita sulla roccia”, curata dall’Arcidiocesi e dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, con il coordinamento generale di don Giuseppe Bolis. Mostra che attraverso un percorso didattico attento, multimediale, pensato in un anno intero di lavoro da studiosi ed esperti, costruito su una solida base scientifica, delinea i vari aspetti del ministero del Santo vescovo, con l’ausilio di testi e immagini riferentesi in specie ai due importanti cicli iconografici dei cosiddetti “Quadroni di San Carlo” esposti in Duomo e di una serie di pitture murarie, riprodotte su pannelli, denominata “Ciclo di Biasca”. Al cuore del percorso, anche il “tesoro” di tre reliquie appartenute al Borromeo: il suo anello episcopale, il Pastorale e il calice, spesso immortalato proprio nei “Quadroni”.

Visita agli stand

E il primo a mostrarsi ammirato di tale realizzazione è il Cardinale stesso che raggiunge a fatica lo spazio espositivo, per i moltissimi – non solo ambrosiani – che appena lo riconoscono gli si fanno incontro per una stretta di mano, una parola, magari chiedendo una benedizione per i bambini, una foto ricordo, anche quella con Fabio, 17 anni, volontario, che riesce a vendergli un biglietto della lotteria del Meeting. “Eminenza, cosa farà se vince?” – chiedono subito i giornalisti incuriositi – “Intanto devo vincere e ho molti dubbi che accadrà”, risponde tranquillo il Cardinale, “ma comunque la destinazione del premio è già da ora ben definita verso le persone ferite e messe ai margini della strada della società”. Come quegli “ultimi” ritratti nelle belle fotografie di ieri e di oggi che raccontano al Meeting, la storia e il carisma della “Fondazione Istituto Sacra Famiglia”, in uno stand visitato da Tettamamazi così come quello del VII Incontro Mondiale delel Famiglie 2012, in cui “splende” una gigantografia del simbolo per eccellenza della Milano sacra e della città civile, il Duomo. Anche in questo contesto San Carlo è maestro, non a caso proprio Tettamanzi nel 1984 alla “Famiglia nell’azione di San Carlo Borromeo”, aveva dedicato un articolato saggio di oltre 50 pagine, apparso su “Scuola Cattolica”, (S.C. 112 (1984)- fasc56).
E, poi, ancora, camminando sempre circondati da un affetto palapabile si arriva agli spazi di “Avvenire”, dell’“Università Cattolica”, dell’Oftal, con la delegazione diocesana, dell’Istituto dei Ciechi che a Rimini ha portato l’ormai notissimo percorso “Dialogo nel buio”, dove il Cardinale sosta, con un’emozione particolare, davanti al “Cristo rivelato”, scultura tattile di Felice Tagliaferri, artista non vedente.

Un Santo attuale

Ma è nel pomeriggio, con il dialogo sul Borromeo – sul palco, oltre a Tettamanzi, l’editorialista del Corriere della Sera, Armando Torno e don Giuseper Bolis, docente in “Cattolica”, che la figura del Borromeo si dispiega per intero. Santo inattuale, lo definsce il Cardinale, e spiega, «Se per “inattuale” si intende restare ancorati a quella roccia che è Gesù Cristo che dà vera solidità all’intera costruzione della casa, se tutto ciò viene giudicato inattuale solo perché non si adegua a ciò che oggi è ritenuto “politicamente corretto”, dovremmo allora chiederci se l’inattualità di san Carlo non si trasformi in una singolare e urgente “attualità” di ripensamento, di rivalutazione dei nostri metri di giudizio, di riforma del nostro modo di vivere e di convivere». San Carlo con la sua attività caritativa, la preghiera incessante, la straordnaria capacità di equilibrio tra ascesi e azione, rimane esempio di un modo di essere Pastori e “Defensores civitatis”. Da qui anche il richiamo al valore emblematico delle tre reliquie esposte nella mostra carolina, l’anello, il Pastorale e il calice del santo vescovo e Patrono della nostra Chiesa, con il pensiero che va ancora una volta al IV centenario della sua canonizzazione, ma anche al termine del mandato pastorale dello stesso Tettamanzi a Milano. Simboli, dice il Cardinale tra gli applausi – alla fine del suo intervento saranno di diversi minuti – «che accendono in me una profonda gioia spirituale, al pensiero che come li ho ricevuti dai miei predecessori così tra poco li trasmetterò al mio successore, il mio confratello, cardinale Angelo Scola». E’ questa la Traditio ecclesiae, “casa costruita sulla roccia” e garanzia “di un’esistenza che diventa un’immensa certezza”.

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