La storia di un cavaliere che divenne eremita, e poi abate. Dando vita nell'alta Valle Staffora, sulle colline dell'Oltrepo pavese, a un centro monastico di grande importanza, che ancora oggi affascina per la sua rude e spirituale bellezza


Redazione

La storia di un cavaliere che divenne eremita, e poi abate.
Dando vita nell’alta Valle Staffora
a un centro monastico di grande importanza,
che ancora oggi affascina
per la sua rude e spirituale bellezza.

di Luca Frigerio

Si svela adagio, l’eremo di Sant’Alberto di Butrio. Ramo dopo ramo, pietra dopo pietra. Qui, nell’alta Valle Staffora, la ricca terra dell’Oltrepo si fa più aspra, densa di pini e castagni. Il verde dei filari lascia il posto ai bruni della montagna, l’oro e la porpora dei grappoli d’uva ai grigi delle rocce calcaree. E tutto tace quassù, mentre le nuvole vagano pigre e lente in un cielo che a sera si tinge sovente di rosso, tra le mormorate benedizioni dei piccoli frati.

Era in cerca di pace e verità, il nobile Alberto. Stanco di guerre e contese, un giorno, improvvisamente, vestì di sacco e si esiliò nella selva più profonda, lontano dagli uomini, vicino a Dio. Pochi lustri erano trascorsi dall’anno Mille. Alberto viveva di nulla, dell’acqua di una fonte, delle radici e dei frutti del bosco. Pregava e meditava, meditava e pregava. Ma era questo ciò a cui il Padre lo chiamava? «Un segno, Signore, manda un segno affinché io comprenda la tua volontà…», implorava l’inquieto eremita.

Un mattino Alberto si sentì chiamare. Era una voce forte, abituata al comando, eppure venata dal dolore e dall’angoscia. Il marchese di Malaspina lo cercava tra gli anfratti della montagna, la ricca veste strappata dai rovi, il volto stanco di un padre che non dorme da tempo. «Mio figlio non parla, non sente… Porta conforto alla mia casa, Alberto, te ne prego». L’eremita avrebbe voluto spiegargli che lui, di miracoli, non ne aveva mai fatti, che a malapena riusciva a badare a sé stesso, che a volte gli sembrava che Dio non ascoltasse neppure le sue di suppliche… Ma non disse nulla. Seguì quell’uomo triste fino al suo castello, impose le mani sul piccolo sordomuto, e questi guarì.

Alberto rimase impressionato da quel prodigio, forse più di quegli stessi genitori ormai ebbri di gioia. Pensò che poteva essere quello il segno divino tanto atteso: aprire le orecchie degli uomini perché potessero udire la Parola di Dio, sciogliere la loro lingua perché ne cantassero la gloria… Così, quando il marchese, raggiante di gratitudine, chiese all’eremita quale ricompensa poteva offrirgli, Alberto gli propose di aiutarlo a costruire una piccola chiesa e qualche cella, lassù, su quello sperone di roccia affacciato sull’Oltrepo.

Nacque così l’abbazia di Butrio. O almeno così ci piace pensare, dato che in verità sulle origini dell’eremo ben pochi sono gli elementi certi e molto è stato volto in leggenda. Quel che i documenti riportano è che Alberto morì nel settembre del 1073, abate potente la cui autorità si estendeva sull’intera regione e il cui nome era noto e rispettato anche a Roma. Venne canonizzato in brevissimo tempo, e la sua fama di santità andò radicandosi nella tradizione.

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