Redazione

Mai come in questi anni si è ampliata a dismisura l’offerta di proposte per trascorrere l’estate in progetti impegnativi di riflessione, formazione o solidarietà. Tanto da rendere difficile, ormai, distinguere tra ciò che sa parlare davvero al cuore dei ragazzi e quel che invece si limita ad aggregarli più o meno simpaticamente. In una realtà sempre più complicata, servono giovani di cuore e di testa, capaci di scelte controcorrente. Vacanze trascorse per acquisire questo spessore, saranno ben spese.

di Francesco Ognibene

Qualche tempo fa era entrata nell’uso comune la definizione di “vacanza intelligente” per alludere all’estate dei ragazzi non più spesa passivamente a rimorchio dei propri genitori o di comitive di coetanei senza meta, ma investita in progetti impegnativi di riflessione, formazione o solidarietà. Con gli anni le parole si sono un po’ sfilacciate – l’uso intensivo, e talora l’abuso superficiale, fanno invecchiare precocemente anche i concetti meglio riusciti – e la sostanza che etichettavano si è molto evoluta. A tal punto che oggi, mentre sta scoccando l’inizio reale delle vacanze estive per un gran numero di ragazzi, è forse tempo di cercare un’altra terminologia, sempre che l’ossessione definitoria tipica del mondo adulto abbia un senso quando viene estesa al territorio dei giovani.

Sì, perché se è vero che mai come in questi anni si è andata ampliando a dismisura l’area delle attività estive proposte da parrocchie, movimenti, associazioni, ordini religiosi, centri culturali, scuole e università, va anche detto che l’arcipelago delle proposte è tale da non rendere agevole ormai una catalogazione attendibile come anche una “lettura” critica per discernere tra ciò che sa parlare al cuore dei ragazzi e quel che invece si limita ad aggregarli più o meno simpaticamente.

Il tempo dell’estate è “libero”, una lavagna da scrivere con il solo interesse di far crescere l’autonomia e la libertà vera dei ragazzi, e non un vuoto da riempire in qualsiasi modo alla sola condizione di blandire quel che i giovani oggi sembrano preferire. Tra impegno e disimpegno, in altre parole, il confine si è fatto labile, e sotto un’etichetta stimolante può succedere di trovare proposte che a ben vedere somigliano più a dozzinali prodotti da banco.

Le “vacanze intelligenti” di qualche anno fa devono sempre più diventare il tempo della consapevolezza, della coscienza di sé e degli altri, della conquista di quella conoscenza della realtà che è vera condizione per fare di ciascuno di loro una persona libera e “competente” sulla propria esistenza, piuttosto che uno dei tanti frutti inerti – solo apparentemente autonomi – della cultura leggera, liquida e inafferrabile che attraversa come una tempesta questi nostri anni.

Dall’estate e dalle sue moltissime proposte di “tempo riempito” di senso i giovani devono riemergere alla ferialità della scuola, dell’università, della famiglia, del lavoro, della società, della parrocchia “svegliàti” alla coscienza di quello che oggi rende tale una persona umana. Non è più solo il tempo dell’intelligenza – e delle relative vacanze, distinte con questo attributo quasi solo per differenziarle da quelle di massa – ma della “sapienza”, cioè della capacità di leggere dentro una realtà trasformata in rompicapo, di non perdersi nel labirinto di anni dove il relativismo, la presunta onnipotenza tecnoscientifica, certo razionalismo a buon mercato e il tripudio dell’emotività stordiscono anche le personalità più stabili e quadrate.

Pare che navighiamo nei mari di una storia nella quale ognuno è capitano solitario della sua nave e stabilisce la rotta a proprio criterio, con la differenza però rispetto a qualche tempo fa che non esistono più principi condivisi che consentano di disporre tutti della stessa mappa e delle regole base per navigare uguali per tutti. Se la vita collettiva è senza regole, e ogni infima minoranza può chiedere che vengano riconosciute per legge le proprie (spesso sconfinanti nel puro e semplice desiderio e nell’arbitrio eretto a norma), allora vivere l’età giovanile diventa un sesto grado superiore, una scalata senza appigli sul muro liscio di una cultura oleosa e indifferente.

Servono ragazzi di cuore e di testa, capaci di scelte controcorrente. Vacanze spese per acquisire questo spessore, e per dargli forma e contenuto, saranno tempo fatto fruttare come un tesoretto morale inaspettato e ben investito. In gioco c’è la felicità, nientemeno.

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