Paolo Branca, responsabile dei rapporti con l’Islam per la Diocesi: «La conoscenza e il rispetto reciproci sono precondizioni fondamentali. Eventi come l’Expo sono occasioni importanti per incrementare ulteriormente quelle “buone pratiche” di integrazione e mediazione già in atto»

di Annamaria BRACCINI

Paolo Branca

Un tempo presente «irto di difficoltà, ma anche ricco di occasioni preziose» per riuscire più e meglio a vivere insieme, sotto lo stesso cielo. È il senso del messaggio che il cardinale Scola ha scritto per la conclusione del Ramadan, il mese che i fedeli musulmani dedicano alla preghiera e al digiuno e che quest’anno termina l’8 agosto. «Certamente il mondo si è fatto e si va facendo sempre più plurale per quanto riguarda anche le identità religiose che, appunto, si trovano a convivere a stretto contatto maggiormente di quanto avvenisse in passato, specie in Occidente, a causa degli andamenti immigratori – commenta Paolo Branca, docente di Lingua e Letteratura araba all’Università Cattolica e responsabile dei rapporti con l’Islam all’interno del Servizio per l’Ecumenismo e il dialogo della Diocesi -. Prenderne atto e adoperarsi per non subire solo passivamente questo fenomeno penso che sia il primo atteggiamento da stimolare».

Durante il convegno internazionale della Fondazione Oasis tenuto a Milano lo scorso giugno, il cardinale Scola segnalava la necessità di trovare un linguaggio comune con il quale dialogare in quello che lui stesso definisce il “meticciato di civiltà”. Il passo inderogabile è, insomma, imparare a comunicare. Quale, secondo lei, la priorità in questa ricerca?
Sicuramente la conoscenza e il rispetto reciproci sono precondizioni fondamentali. Troppo spesso la parola “dialogo” esprime solo una generica “non belligeranza” o una vaga disponibilità ad accettare la realtà dell’esistenza dell’altro, senza però promuovere un confronto positivo e più profondo. Credo che il cardinale Scola, formulando l’auspicio di una sorta di “lessico” condiviso, si riferisse anche a questo, tenendo conto che l’Occidente, ma anche il mondo musulmano, stanno affrontando sfide analoghe, seppure vissute con modalità differenti. Basti pensare alla sfiducia nelle istituzioni politiche, evidente in Europa, ma palese anche nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Ritengo che tutto questo chieda, soprattutto ai credenti, di interrogarsi sulle grandi questioni, analoghe pure in orizzonti diversi.

Nel suo messaggio l’Arcivescovo nota come l’anniversario dell’Editto di Milano ed Expo siano banchi di prova importanti. Eppure sui giornali appaiono solo notizie di contrasti e scontri tra le fedi, mentre esistono anche “buone pratiche”: per esempio, gli oratori frequentati anche dai ragazzi di famiglia o origine musulmana…
Sì, ci sono molti ambiti nei quali la realtà ha già ampiamente superato persino l’immaginazione. Penso ad alcune situazioni locali con ottime collaborazioni tra comunità islamiche e parrocchie o gruppi di cristiani. Realtà che non solo non sono valorizzate, ma stentano persino a essere percepite, proprio perché i mass media non vi prestano attenzione e quindi non arrivano al grande pubblico. Forse davvero la vetrina dell’Expo potrebbe essere importante, anche perché le seconde o le terze generazioni di immigrati sono persone che in molti casi hanno già compiuto un cammino di integrazione e mediazione, parlano più lingue, hanno rapporti con i Paesi di origine, condividendo la globalizzazione in un modo più evoluto rispetto ai loro coetanei italiani. Potrebbe essere un modo, l’Expo, per fare entrare questi giovani nel mondo occupazionale, permettendo così loro di lavorare fianco a fianco con gli italiani. Sarebbe bello che Milano si arricchisse anche di questa esperienza: penso che ne sia all’altezza.

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