Redazione

Circondato da boschi e montagne,
immerso in un contesto ambientale di grande suggestione,
l’antico priorato cluniacense
sorge sulla tomba di un giovane martire pellegrino,
sulla strada che, a nord di Varese, porta a Bedero Valcuvia.
Un bell’esempio di architettura romanica,
con un "misterioso" chiostro pentagonale…

Testo e foto di Luca Frigerio

Uno, due, tre, quattro… e cinque. No, c’è qualcosa che non va. Ricontiamo, con calma. Uno, due, tre, quattro… e cinque! Possibile? I conti non tornano, nel chiostro della badia di San Gemolo, in Valganna: i lati sono cinque, e non quattro come ci si aspetterebbe. Un chiostro pentagonale… Una cosa insolita, rara, per non dire unica. C’è di che far galoppare la fantasia, alla ricerca di oscuri significati simbolici. Vediamo… Cinque come le ferite di Cristo crocifisso. O cinque come i pani moltiplicati per sfamare la folla. O ancora cinque come i libri di Mosè, il Pentateuco…

No, non siamo cacciatori di misteri a tutti i costi, anche se oggi la cosa sembra andare per la maggiore, soprattutto se si parla di “medioevo” e di “religione”. Ma l’antico priorato di San Gemolo, appartato e discreto sulla strada che porta a Bedero Valcuvia, emana un fascino reale, a cui non è possibile sottrarsi. Solida come una fortezza, la badia pare vivere d’esasperati contrasti – i pieni e i vuoti, le luci e le ombre, l’alto e il basso – esaltati dalla grigia pietra e dagli intonaci bianchi.

L’ospizio venne fondato, sul finire dell’XI secolo, da alcuni monaci benedettini dell’ordine riformato di Cluny. Il loro scopo? Quello di sempre, in simili circostanze: offrire riparo e protezione, materiale e spirituale, a viandanti e pellegrini. E davvero ce ne era bisogno.

La storia stessa insegnava, del resto. Il Gemolo a cui la chiesa della Valganna è dedicata era un giovane che proveniva d’oltralpe. Accompagnava lo zio, vescovo di una qualche città di Francia, nel suo viaggio verso Roma. E proprio da queste parti, si narra, una banda di predoni assalì i viandanti privandoli di tutto. Cosa affatto rara, purtroppo. Gemolo reagì, inseguendo i banditi e implorandoli di restituire le sacre cose che avevano sottratto al convoglio episcopale. Per tutta risposta ricevette un fendente che lo uccise. Si era allora nei primi decenni dopo il Mille.

Una brutta vicenda di violenza, e che tuttavia non doveva finire così. Perché il luogo dove Gemolo era stato sepolto divenne ben presto mèta di visite e pellegrinaggi, e il suo nome venerato come martire e come santo. Se ne ricordarono i cluniacensi, appunto, che proprio attorno a quella prima cappella diedero vita a un’abbazia di grande importanza per la vallata, perpetuando il ricordo di quel giovane generoso e sfortunato.

L’itinerario continua. Leggi la seconda parte.

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