Giornalista e scrittore, ha saputo “sdoganare” il tema scomodo della disabilità con fantasia comunicativa e autoironia

da Redattore Sociale

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Grande cordoglio, a Milano e non solo, per la scomparsa, avvenuta ieri a 62 anni, di Franco Bomprezzi, giornalista e scrittore, tra i massimi esperti italiani di disabilità, universalmente amato e apprezzato per la sua onestà intellettuale, come anche per la leggerezza e al tempo stesso la profondità con cui negli anni ha saputo raccontare la quotidianità, i problemi, le speranze di tante persone disabili.

Disabile lui stesso (osteogenesi imperfetta, detta anche malattia delle “ossa fragili”), aveva avuto un’embolia polmonare nel settembre scorso, era stato ricoverato al Niguarda e ne era anche uscito, ma in seguito ad alcune complicazioni era stato ricoverato di nuovo al centro clinico Nemo, nello stesso ospedale milanese. Proprio da questo centro aveva registrato un collegamento durante l’ultima maratona televisiva di Telethon, il 13 dicembre scorso.

Giornalista, direttore della testata della Fish “Superando”, animatore del blog “InVisibili” sul Corriere della sera, Bomprezzi è stato il primo direttore editoriale del portale Superabile.it, promosso dall’Inail nel 2000. A lui si deve la lettura sottile e continua dei tanti stereotipi sulla disabilità che ancora tardano a scomparire e la critica alle tante contraddizioni e ipocrisie del mondo degli “abili”.

Attento osservatore del linguaggio corrente, per SuperAbile Magazine ha curato due rubriche: “Le parole per dirlo” e “Dr. Jekyll e Mr. Hide”. Nel suo ultimo intervento si interrogava ancora una volta sulla capacità di individuare «parole comprensibili a tutti, e capaci di svegliare chi dorme, anche nel mondo della comunicazione».

Da grande comunicatore, concludeva il suo intervento: «È possibile che il nostro mondo non riesca a elaborare con fantasia, ironia, leggerezza, coraggio, incoscienza, qualche altra chiave di comunicazione? Possibile che l’alternativa, orrenda, sia stato solo quel “diversamente abile” che tuttora invade e inquina ogni ragionamento sensato sulla pari dignità, sui diritti, sull’inclusione sociale? Forza giovani, scatenatevi. Io vorrei riposarmi».

Un pezzo di storia del giornalismo sociale in Italia

Bomprezzi ha fatto la storia del giornalismo sociale in Italia. È stato il primo, il più autorevole, il più brillante e autoironico giornalista disabile a essere riuscito a fare passare il suo handicap in secondo piano rispetto alle sue eccezionali capacità di professionista. È stato un marchio di qualità, un brand, uno stile che in tanti cercavano di imitare senza riuscirci. Un galantuomo, anche. Oltre che un innovatore sfrenato.

Bomprezzi è stato il punto di riferimento in Italia per una generazione di giornalisti sociali, il primo a trattare temi scomodi, come quello della sessualità per esempio, l’unico a cercare di arginare quel lento scivolamento verso il politically correct che tanto male ha fatto alle persone disabili, e ai progetti di inclusione delle loro associazioni. Un giornalista vero, e un grande commentatore. Una mente fertile e giocosa, con quella leggerezza che solo in pochi riescono a mantenere quando, anche solo per scendere dalla macchina e infilarsi dietro una scrivania, doveva spendere il triplo delle energie di qualunque altro comune mortale.

«Il giornalista sociale non deve essere buono – aveva detto ad un seminario organizzato da Redattore sociale a Milano nel 2011 – Deve essere bravo e fare bene il suo mestiere».

Sue le tante idee suggerite nel codice di autoregolamentazione della Rai per le persone disabili (un codice etico-linguistico), varato dal Segretariato Sociale del servizio pubblico radiotelevisivo nel 1998. Un documento innovatore e coraggioso per quegli anni (l’aveva curato Giuliana Ledovi, con Stefano Trasatti, Giovanni Anversa, Salvatore Nocera e lo stesso Bomprezzi), una summa di “buone prassi” che pochi poi hanno messo in pratica nei loro palinsesti o anche solo sulle pagine dei loro giornali. Sulle news, per esempio, Bomprezzi invitava a chiudere il ciclo della notizia, a tenere conto delle persone disabili anche in contesti informativi non specifici, a completare le notizie di servizio anche con le informazioni per i disabili. Poi spazio all’accessibilità, alla mobilità per tutti. Per una nuova cultura della disabilità. Facile a dirsi, meno a praticarsi.

Sul fronte del linguaggio aveva continuato a lavorare per anni, come nel 2013 quando aveva contribuito sostanzialmente alle schede sulla disabilità realizzate per “Parlare civile”, il progetto sulle parole a rischio di discriminazione realizzato da Redattore Sociale in collaborazione con l’associazione Parsec.

Diceva: «Per una informazione corretta sulla disabilità, bisogna eliminare dal linguaggio giornalistico (e radiotelevisivo) locuzioni stereotipate, luoghi comuni, affermazioni pietistiche, generalizzazioni e banalizzazioni. Concepire titoli che riescano a essere efficaci e interessanti senza cadere nella volgarità o nell’ignoranza e rispettando il contenuto della notizia». 

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