Viene presentato il progetto “Cucinare per ricominciare” promosso da Panino Giusto, Fondazione Avsi e Cooperativa Farsi Prossimo. Un modo “creativo” per affrontare il tema delle migrazioni, che da Milano può essere replicata altrove

cuochi

Un’intuizione, nata mesi fa in seno alla Campagna Tende di Fondazione Avsi incentrata sul sostegno ai profughi, ha trovato nell’impresa milanese Panino Giusto, presente in Italia e nel mondo, e nella Cooperativa Farsi Prossimo gli interlocutori adeguati per trasformarsi in progetto concreto: una partnership e un progetto che coinvolge soggetti diversi che insieme, ciascuno a partire dal suo specifico profilo, introducono un tentativo nuovo e molto concreto di approcciare la questione “profughi”. Anche a partire dal gusto per la buona cucina italiana.

Si tratta di un percorso di formazione linguistica e professionale, tirocinio e assunzione di rifugiati e richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza di Milano e si articola in tre fasi:
1. selezione di 16 candidati, formazione linguistica e professionale (maggio-giugno 2016).
2. tirocinio per alcuni di loro nei ristoranti Panino Giusto a Milano (luglio-dicembre 2016).
3. assunzione in azienda per alcuni o tutti i tirocinanti.

L’iniziativa sarà illustrata venerdì 10 giugno, alle 11.30, presso la sede dell’Accademia del Panino Italiano (via Pompeo Leoni 2, Milano) da Antonio Civita (amministratore delegato di Panino Giusto), Giampaolo Silvestri (segretario generale di Fondazione Avsi) e Paolo Pagani (responsabile area stranieri della Cooperativa Farsi Prossimo). Saranno presentati i protagonisti dell’iniziativa, i rifugiati e richiedenti asilo. Alle 12 circa i corsisti saranno già messi all’opera nelle cucine dell’Accademia.

«Mentre l’Europa sembra balbettare rispetto alla grande questione dei profughi – osserva Giampaolo Silvestri, segretario generale Fondazione Avsi -, su questa iniziativa, sul terreno esistono esperienze concrete come questa collaborazione Avsi-Panino Giusto – Farsi Prossimo che si propongono come nuovi modi di rispondere ai bisogni di chi arriva qui, ma anche di favorire processi di integrazione autentica. Ogni soggetto coinvolto fa “il suo lavoro” e per tutti è una chance di crescita».

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