Alle 10.30 il cardinale Scola presiede la Santa Messa con la Congregazione di religiosi, giunti in città nel 1594 e oggi presenti in due case di cura. Parla padre Rigamonti

di Francesca LOZITO

Padre Giuseppe Rigamonti

Arrivarono a Milano alla fine del 1500, con il loro fondatore. San Camillo. Da allora, hanno sempre guardato «al cuore» dell’ammalato. E riconosciuto in lui il volto di Cristo. È festa fino al 14 luglio per ricordare il 400° anniversario dalla morte del fondatore per la Congregazione del Camilliani che il 6 luglio prossimo vedranno la presenza dell’arcivescovo di Milano Angelo Scola presso il Santuario di San Camillo per una celebrazione eucaristica che avrà inizio alle 10.30. Sono 29 in tutto i religiosi Camilliani in Diocesi. Di questi, dieci nella Comunità di Milano. Con il loro superiore, padre Giuseppe Rigamonti, ripercorriamo la storia della loro presenza.

Come sono arrivati i Camilliani a Milano?
Nel 1594 con il fondatore. Si sono subito distinti durante la peste, come racconta lo stesso Manzoni. Poi sono tornati nel 1896 con il cardinal Ferrari. Ripercorrendo attraverso le date le tappe significative della presenza ricordo nel 1901 la fondazione della Casa di cura San Camillo in via Boscovich. E, a seguito di ulteriori necessità assistenziali, nel 1966 la nascita della Casa di cura San Pio.

Oltre a queste due strutture ci sono poi le cappellanie a voi affidate…
Sì, siamo ancora presenti all’ospedale Sacco, mentre abbiamo lasciato il San Paolo. Dal settembre 2013 l’Arcivescovo ci ha affidato la cappellania del Niguarda. Nell’ex Seminario minore di Besana Brianza inoltre oggi è attiva una Rsa di 100 posti letto. Nel resto della Lombardia siamo presenti a Como, Pavia, Bergamo.

Come si caratterizza la presenza pastorale dei Camilliani?
San Camillo scopre la sua vocazione da persona malata, dopo una vita vissuta per 25 anni alla ricerca del gioco, del divertimento al servizio dei soldati di ventura. Ma poi una piaga lo porta in ospedale e dopo varie vicende, se prima non si era accorto di queste povertà, dopo, anche grazie all’incontro con un padre cappuccino scopre la sofferenza. Camillo, dopo un periodo di discernimento decide di curarsi lui e di curare gli altri sia dal punto di vista medico che spirituale. Scopre il Signore nel malato infermo, si inginocchia e chiede perdono a Cristo davanti a lui. Scoprendo le carenze di assistenza si impegna assieme ad alcuni che coinvolge nel suo progetto a rinnovare il servizio infermieristico del ’500. Allora il servizio negli ospedali era affidato ai galeotti. Durante la canonizzazione il suo progetto viene definito una nuova scuola di carità.

Come traducete tutto questo oggi?
Oggi noi siamo presenti innanzitutto con tanti collaboratori laici. Il servizio diretto continuiamo a farlo, però prevalentemente con i laici, ai quali cerchiamo di offrire quello che è il nostro carisma. Prima di tutto, con i centri di formazione, a Verona e a Milano, proprio nella nostra casa di cura il centro organizza vari corsi. Per formare laici che condividano il carisma di San Camillo, di Cristo buon Samaritano, a favore delle persone più bisognose. Noi chiediamo ai laici di essere collaboratori di questo servizio. Curiamo anche l’aspetto pastorale, nell’accostare l’ammalato in quel servizio di ascolto, di condivisione e di comunicazione di speranza, che nasce dall’aver sperimentato noi stessi Cristo buon Samaritano che si è chinato sulle nostre ferite, sulla nostra umanità.

Vale ancora dunque il messaggio di San Camillo?
Sì. Quando c’è l’ascolto empatico nei confronti delle sofferenze di coloro ai quali ci si accosta, possono nascere anche percorsi positivi, san Camillo ha rinnovato il modo di assistere nel suo tempo. Credo che in una società moderna, ricca di risorse tecniche e scientifiche, il messaggio di San Camillo è un richiamo ancora oggi ai valori umani della solidarietà.

Come vi state preparando alla visita dell’Arcivescovo?
C’è una frase di San Camillo che per noi è il centro della preparazione alla festa di domenica: «Più cuore in quelle mani» come supplemento di umanità alla scienza e alla tecnica. Lui lo diceva a chi assisteva gli ammalati: Camillo chiede anche a noi quel supplemento di anima alla scienza, alla tecnica, agli operatori sanitari. Sarà proprio la reliquia del cuore di san Camillo ad essere presente tra noi in questi giorni nelle nostre varie strutture. Anche il triduo sarà sul tema della presenza del cuore. Lo scorso anno l’Arcivescovo ha riconosciuto il nostro santuario come diocesano. È una presenza molto significativa la sua per tutti noi.

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