Francesco Belletti, Direttore del Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia)

In occasione del Settimo Incontro Mondiale delle Famiglie di Milano sono stati presentati i risultati di una innovativa indagine sulla famiglia in Italia (P. Donati, a cura di, “Famiglia risorsa della società”, Ed. Il Mulino, Bologna 2012). L’indagine, con interviste a oltre 3500 persone, è stata affidata al Cisf dal Pontificio Consiglio per la Famiglia proprio in vista di Milano2012, ed è stata curata da una équipe di esperti coordinata da Pierpaolo Donati. La caratteristica più originale del campione utilizzato è l’universo di riferimento, composto da soggetti tra 30 e 55 anni (nati tra 1955 e 1980), con una relazione di coppia e residenti in contesti urbani. Questa è la generazione che nel nostro Paese ha in carico in assoluta prevalenza la costruzione ed il mantenimento dei progetti familiari di oggi, definibile anche come età adulta (adultità), delimitata all’età di fertilità biologica di coppia e all’esercizio diretto delle responsabilità educative dei propri figli. Sono le coppie che “fanno famiglia” oggi, e di fatto sono anche le generazioni maggiormente impegnate nell’attività lavorativa rispetto ai più giovani e ai più anziani. Questa indagine, insomma, descrive come si comporta, in cosa crede, come vive la generazione di mezzo: una sorta di middleclass generazionale rispetto alla famiglia e al suo ciclo di vita, scelta per facilitare uno sguardo ravvicinato sui sentimenti, le paure e i progetti di quello che potrebbe essere definito lo zoccolo duro del famigliare nel nostro Paese.

 

La configurazione dei nuclei familiari interpellati di questa generazione manifesta diversi aspetti interessanti: la dimensione media (2,9) è molto più ampia rispetto alla popolazione complessiva (circa 2,4);  quasi due terzi del campione vivono in famiglie con coppie coniugate (63,8%), con o senza figli (le coppie coniugate senza figli sono l’11,7% del campione); elevata anche la percentuale di coppie conviventi (18,5%); oltre due terzi delle coppie conviventi sono senza figli. Appare quindi rilevante (ma non prevalente) la quota di giovani che vivono la propria esperienza di coppia come unione di fatto, senza matrimonio e senza figli. I nuclei con un solo genitore sono meno del 4%, e non marginale appare poi la percentuale di persone che vive da solo (9,7%, sempre tra 30 e 55 anni).

 

Gli stessi dati, diversamente aggregati, consentono di analizzare la presenza di figli nelle famiglie con adulti tra i 30 e i 55 anni: oltre il 60% ha figli, diviso in parti praticamente uguali tra famiglie con figlio unico (30,6%) e con due o più figli (30,5%); tra le famiglie con figli la presenza di coppie coniugate è assolutamente prevalente, e cresce ulteriormente per le famiglie con due o più figli; tra le coppie senza figli, invece, è maggiore la percentuale di conviventi che non di coniugati.

 

Le strutture familiari qui considerate presentano quindi un mix di forme tradizionali e di condizioni nuove ancora molto incerto, che dovrebbe suggerire maggiore cautela sia nel dare per morta la cosiddetta famiglia tradizionale (da Donati qui definita, in modo più appropriato, come “normocostituita”), sia nel considerare come marginali le nuove condizioni di vita in cui molti adulti oggi vivono la propria esperienza familiare.

 

I dati empirici della ricerca hanno rivelato la grande frammentazione e il forte indebolimento a cui sono sottoposte le famiglie italiane. Il risultato finale dice che la famiglia normo-costituita è ancora la forza del Paese, ma sta andando in minoranza. Cosicché possiamo dire che una minoranza di famiglie solide deve sostenere il peso di una coesione sociale che è messa in crisi da tendenze all’individualismo e al privatismo sostenuti dal sistema politico-amministrativo, oltreché, s’intende, dal mercato. Sulla base di un ampio campione rappresentativo della popolazione italiana, l’indagine ha mostrato che la tendenza generale complessiva è regressiva, ma che esistono anche delle forze che operano in senso contrario. Non è tanto la resistenza della famiglia tradizionale che va enfatizzata, quanto piuttosto l’aver constatato che, pur nel clima postmoderno, e pur provenendo da famiglie problematiche, senza voler ritornare ad un passato impossibile, si può generare una nuova relazionalità autenticamente familiare. Abbiamo trovato persone che provengono da situazioni familiari deprivate, le quali riescono a crearsi una famiglia dotata di inaspettati valori morali e sociali positivi. Abbiamo individuato gruppi sociali di famiglie che, di fronte alle sfide della società liquida, sanno fare scelte che vanno nella direzione di una nuova cultura della famiglia intesa come valore e risorsa fondamentale della società. Due in particolare sono le tematiche che la presente ricerca indica come decisive per il futuro: la fecondità della coppia e la specificità del matrimonio come relazione sociale.

 

(I) Il numero dei figli è risultato essere il fattore discriminante più decisivo per l’esistenza di una famiglia solida. Le famiglie sono risorse per la persona e per la società se e nella misura in cui sono aperte alla vita e hanno figli. L’umanizzazione della persona passerà sempre di più attraverso l’esperienza della filiazione. La coesione del tessuto sociale dipenderà dal capitale umano e sociale delle famiglie, e questo capitale dipende a sua volta essenzialmente dal numero dei figli. Si conferma, quindi, che la ricchezza delle famiglie è data dai figli, al di là del figlio unico.

(II) Il matrimonio si è rivelato il secondo fattore più discriminante agli effetti di come la famiglia sia e possa diventare risorsa sociale. Non solo perché il matrimonio è, nella maggior parte dei casi, il necessario complemento della filiazione. Sposarsi è una decisione fortemente correlata al fatto di volere dei figli. Ma anche perché il matrimonio si invera nei figli, ossia diventa vero e autentico con i figli. Un solo figlio restringe il potenziale della relazione matrimoniale, ne riduce la ricchezza. Senza figli, la coppia tende a chiudersi in sé stessa, rischia il narcisismo individualistico. Il matrimonio acquista sempre più il carattere di una transizione familiare. Per così dire, non è più una scelta a priori e puntuale, fatta in un certo momento, ma diventa il frutto di un lungo processo di maturazione, in molti casi sempre più lento e incerto. Beata quindi la coppia che si sposa non solo perché c’è il sentimento dell’amore reciproco, ma perché i partner riescono a tematizzare e gestire il bene relazionale che vogliono generare e ciò che esso comporta. Fortunati sono coloro che non si sposano solo perché sono in preda all’innamoramento, o perché debbono sistemare delle cose o dei figli, ma perché guardano al bene della loro relazione e investono non su sé stessi, come individui, ma sul bene relazionale che li trascende. In fondo, è su questo criterio che la famiglia fa differenza con tutte le altre forme di relazioni primarie. Ed è su questo criterio che si gioca il suo futuro. La famiglia è risorsa perché crea dei beni relazionali che nessun’altra forma di vita può creare, ed è in questo potere e qualità che essa farà sempre più differenza. Il genoma della famiglia non cessa di esistere, anzi è esso che produce quanto di più umanizzante vi è nella società.
 

Sono queste le famiglie pro-sociali, nell’indagine, che hanno confermato di essere davvero una risorsa insostituibile di bene comune, così come hanno testimoniato il milione di famiglie che si sono strette attorno a Benedetto XVI nell’aeroporto di Bresso domenica 3 giugno 2012.

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