«La nostra situazione - racconta un sacerdote - era molto difficile anche prima della promulgazione della sharia e delle devastazioni provocate da Boko Haram»

Canice Ekpo

«Noi cattolici non siamo minoranza nel Paese, anche se taluni lo credono. I terroristi invece sono una minoranza e sono certo che verranno sconfitti dalla volontà di dialogo che esiste e viene coltivata…». Al Comitato scientifico organizzato dalla Fondazione Oasis a Milano nel 2013 questa era la convinzione del cardinale John Onaiyekan a proposito delle violenze perpetrate in Nigeria dai terroristi islamisti di Boko Haram, che in lingua Hausa significa «l’educazione occidentale è peccato» (ma il nome ufficiale è Jamà atu Ahlis Sunna Lidda’ awati wal-Jihad, che in lingua araba vuol dire «Gente dedita alla propagazione degli insegnamenti del Profeta e al Jihad»). Da tempo i seguaci del gruppo puntano a destabilizzare il Paese – il più popoloso dell’Africa sub-sahariana, segnato dalla difficile coesistenza di oltre 250 etnie – imponendo la sharia (attualmente in vigore nei 12 Stati del Nord) e instaurando un «Califfato islamico».

Il dramma della Nigeria è legato allo spostamento – in atto da una decina di anni – della conflittualità proveniente dal Medio Oriente nella fascia africana del Sahel. Il conflitto religioso si sovrappone ai dissidi politici interni (tra pochi mesi sono in programma le elezioni presidenziali, alle quali si ricandiderà l’attuale Capo dello Stato Goodluck Jonathan, di etnia Ijaw e portabandiera del People’s Democratic Party) e allo sfruttamento delle risorse naturali (la Nigeria è il principale produttore africano di petrolio).

La situazione è drammatica in particolare nella parte nord-orientale del Paese, area di continui attacchi e attentati: il più efferato risale all’inizio dell’anno quando, nella devastazione della città di Baqa e di altri 16 villaggi limitrofi nello Stato di Borno, le vittime civili potrebbero essere state duemila. Oggetto di queste violenze sono soprattutto i cristiani, individuati casa per casa e barbaramente trucidati.

Tra le conseguenze c’è anche l’ingente esodo di profughi dalla Nigeria verso il Camerun, che negli ultimi mesi ha assunto le proporzioni di un’autentica emergenza umanitaria (dall’inizio della crisi si contano oltre 43 mila persone). Le azioni violente di Boko Haram, i bombardamenti e le operazioni militari dell’esercito nigeriano, e la mancanza di approvvigionamento di viveri dal sud del Paese hanno causato un movimento della popolazione, costretta ad attraversare il confine col Camerun.

«In attesa di un Mosè…»

Sulla situazione della Nigeria, ecco la testimonianza di Fr. Canice Ekpo, un sacerdote che ha studiato in Italia e che ora vive e opera nel Sud del Paese.

«La Nigeria, che negli ultimi anni ha abbracciato la democrazia, è uno Stato federale composto da 36 Stati che rispondono al Governo centrale e a un presidente proveniente dal Nord del Paese (come quasi sempre avviene), territorio a maggioranza musulmana. Ora i musulmani vogliono dominare anche al Sud, fare schiavi e umiliare le altre razze e religioni.

La prima offensiva del fondamentalismo islamico ha portato alla promulgazione negli Stati musulmani della sharia, alla quale sono stati sottomessi quanti vivevano in quegli Stati. Un atto nei confronti del quale il Governo federale ha manifestato tutta la sua debolezza, non avendo il potere e la capacità di tutelare la libertà religiosa dei suoi cittadini.

Ma la situazione dei cristiani in Nigeria era molto difficile anche prima della promulgazione della sharia e delle devastazioni provocate da Boko Haram. I cristiani vivevano in zone delimitate chiamate Sabon Garri (Garri è un termine in hausa che significa «Nuova città»), dove avevano case, mercati e chiese, senza possibilità di fare processioni religiose all’esterno, né di acquistare terreni per costruire altre chiese, per paura di essere uccisi e vederle dare alle fiamme. Una situazione che ora Boko Haram ha mostrato al mondo intero, ma che i cristiani per anni hanno subìto in silenzio: il Governo sapeva, ma taceva, e i giornali non ne parlavano perché non faceva più notizia.

In alcune diocesi Boko Haram si è impossessato di quasi tutte le parrocchie; i preti e i fedeli sopravvissuti si sono rifugiati altrove. Il problema della Nigeria non è la religione, ma il terrorismo islamista che ritiene che la sua religione permetta la violenza senza alcun rispetto per la libertà. Certo, se avessimo una classe politica che tutela i propri cittadini, considerando sacra la vita di ciascuno, allora la situazione sarebbe ben diversa. Invece il Governo pensa ai propri interessi elettorali e si mostra indifferente davanti alle stragi. I cristiani resteranno schiavi e altre popolazioni saranno perseguitate finché non ci sarà un Mosè che si prenderà cura della sua gente».

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