Tra i 18 catecumeni che hanno ricevuto i sacramenti dall’Arcivescovo nella Veglia di Pasqua in Duomo, Inti Francesco Merino Rimini spiega: «Bisogna essere come i tralci nella vite e operare all’interno della vigna in un cammino comunitario»

di Luisa BOVE

Inti Francesco Merino Rimini

Sono 118 quest’anno i catecumeni giovani e adulti della Diocesi di Milano che vengono battezzati a Pasqua. Di questi, 18 hanno ricevuto i tre sacramenti (Battesimo, Cresima, Eucaristia) direttamente dall’Arcivescovo Angelo Scola durante la Veglia in Duomo di ieri sera. Ci sono italiani e stranieri, uomini e donne, studenti e lavoratori, ma ciò che accomuna tutti è la gioia dell’incontro con il Signore e il desiderio di testimoniarlo nella vita di tutti i giorni.

Inti Francesco Merino Rimini – 35 anni compiuti e commercialista presso una banca – non ha ricevuto un’educazione religiosa in famiglia e il suo «interesse intellettuale» per la fede cristiana è iniziato nel periodo dell’università. Ha frequentato Economia commercio in Cattolica, dove il piano di studi prevedeva anche qualche esame di teologia, una materia che lo ha subito appassionato. Poteva sembrare una «forzatura», ammette. In realtà «la storia del cristianesimo e più in generale delle religioni, come pure la figura di Cristo, mi hanno talmente affascinato da riempire quel vuoto che avevo sempre avuto. Io cercavo una verità unica e l’ho trovata nell’incontro personale con Cristo».

Ora Inti Francesco considera la fede «una risposta» e «una scelta matura», anche se è stata accompagnata da «un travaglio interiore». I suoi parenti da parte di madre hanno origini ebraiche, ma nessuno ha mai professato la religione. Alla Veglia di ieri sera erano presenti anche i familiari «che mi sono stati vicino ed è con loro che oggi trascorrerò il giorno di Pasqua». La notizia del suo cammino per abbracciare la fede cattolica è stata accolta «molto bene in famiglia, ma un po’ meno da amici laici e atei che hanno visto questa scelta come qualcosa di riprovevole». Una reazione che lo ha «molto stupito» e che egli spiega come «diffusa avversione nei confronti del cristianesimo o, quantomeno, del modo di vivere da cristiano nella vita ordinaria, sul luogo di lavoro, ovunque. Mai avrei pensato che ci fossero forme di intolleranza a questa adesione libera. Oggi c’è ancora un’idea di Chiesa pre Concilio Vaticano II e molta confusione anche nel mondo laico».

Nel cammino di catecumenato Inti Francesco è stato accompagnato da padre Cesare, un frate della chiesa di Sant’Angelo a Milano, con cui ha condiviso «una lenta e ponderata lettura e analisi del Vangelo di Marco». Ma «ciò che più mi colpisce è l’incontro personale con Cristo, avvenuto già qualche anno fa, che ha stravolto la mia esistenza». Questo capita quando «si è chiamati alla sequela e un’adesione totale». «A me piace definirlo “un incontro d’amore” che porta a un cambiamento e a una nuova prospettiva di vita. E per tenere vivo questo percorso di fede, come diceva l’apostolo Giovanni, bisogna essere come i tralci nella vite e operare all’interno della vigna in un cammino comunitario. Il catecumenato è stato per me l’espressione più alta di questa dimensione di comunità attraverso incontri periodici per due anni e il confronto con altri catecumeni: ho conosciuto persone straordinarie e ho potuto arricchirmi sul piano personale e dell’amicizia. Ora devo tenere viva questa prospettiva ontologica, per cui sono diventato figlio di Dio. Operare nella vigna si fa attraverso la carità, unica forma che può rafforzare la fede».

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