Recensione al libro di Mario Calabresi Cosa tiene accese le stelle. Storie di Italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro, edito Mondadori, Milano, 2011.

Mario Calabresi è un giornalista nato nel 1970, dal 2009 è direttore de “La Stampa”.

Ha scritto questo libro in risposta alle lettere inviate dai lettori a riguardo del tempo che viviamo.

E’ un periodo di indubbio declino e di pessimismo; ma possiamo sperare in un futuro diverso, o ci si deve rassegnare a una decadenza insuperabile?

Calabresi intende dimostrare che, al di là delle nubi tempestose che si addensano all’orizzonte, esistono “ancora energie fresche, speranze di cambiamento e passioni da far emergere”.

Secondo l’autore, “le stelle si sono accese per guidare il cammino degli uomini, la loro fantasia, i loro sogni, per insegnarci a non tenere la testa bassa, nemmeno quando è buio”.

Calabresi ci offre una passerella di situazioni positive, tese a fare da antidoto all’atteggiamento rinunciatario e lamentoso, che sta diffondendosi.

E’, ad esempio, la storia della nonna con il nonno, impegnandosi duramente, aveva fatto la fortuna sul mercato della lana della seta, tanto da raggiungere una discreta posizione socio-economica. Ma tutte le sere aveva una montagna di biancheria da lavare.

Per festeggiare quarantasette anni di matrimonio, il nonno le aveva regalato una Fiat Seicento. Ma lei gli consegnò le chiavi al concessionario e preferì, in cambio, avere una lavatrice.

Così, mentre la macchina lavava, lei poteva, con tranquillità concedersi uno spazio per la lettura.

A suo avviso era stata questa l’intenzione che ha permesso alla donna di risparmiare fatica.

L’Italia è un paese nel quale difficilmente ai giovani viene riservato spazio. Per questo molti  di loro preferiscono emigrare in altri paesi.

Ai funerali dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, ai quali parteciparono unicamente la vedova e i figli, affidò alla memoria dell’autore, il susseguirsi dei sacrifici affrontati dalla gente del Nord e del Sud negli anni Sessanta per conquistarsi un minimo di agiatezza.

I padri erano orgogliosi di vedere i figli studiare, erano certi che la cultura avrebbe reso migliore la loro vita.

Oggi persino lo sport è diventato un ambito di atteggiamenti poco chiari e discutibili. Intervistando Massimo Manfredi, Calabresi giunge alla persuasione che il presente non è né migliore né peggiore del passato; è il modo di affrontarlo che è cambiato e giunge alla convinzione che bisognerebbe riconquistare una mentalità più criticamente aperta ai valori civili e umani.

A tale riflessione conduce pure l’esperienza di Giuseppe De Rita. Nel 1963, con un gruppo di amici, si recò dal notaio per dar vita al Censis, la qualcosa al giorno d’oggi potrebbe sembrare una pazzia a causa dell’iter burocratico che un’idea del genere comporterebbe. Si è trasformato il rapporto generazionale. Negli anni Settanta si era certi che i figli avrebbero avuto un futuro migliore rispetto a quello dei padri; oggi invece predominano la convinzione a la sensazione opposta.

Occorrerebbe valorizzare maggiormente la volontà. «Non voglio accontentarmi. La vita è questione di volontà, se uno non vuole non fa. Io voglio poter puntare in alto», afferma Amal, la ragazzina marocchina scelta dalla regione Liguria a presenziare alle celebrazioni dell’Unità d’Italia in Parlamento.

In definitiva, si tratta, secondo l’autore, “di non cedere alla scoraggiamento e di andare fino in fondo a quello che si ama”. Come caso emblematico egli cita quello di Harry Potter, il cui manoscritto è “stato cestinato ben tredici volte prima di trovare un editore disposto a pubblicarlo” e oggi è uno dei libri più amati e venduti.

 

F.A.

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