Il legame tra malato, medico e gruppo di cura secondo l’esperienza di don Tullio Proserpio, cappellano dell'Istituto nazionale dei Tumori di Milano

di Francesca LOZITO

Nel Messaggio del Papa per la Giornata del Malato 2015 c’è una parola che ricorre con la stessa frequenza del titolo: fratello. La sapienza del cuore è dunque quella capacità di accogliere, custodire, stare accanto al malato. Di esserci pienamente, perché non è un individuo distante dal nostro vissuto: è, appunto, fratello. E riconoscerlo tale vuol dire farlo entrare in una rete in cui, oltre al percorso medico, gli è riconosciuta anche l’assistenza spirituale.

Riflette su questo passaggio particolare, ripreso anche nel sussidio Cei per la Giornata, don Tullio Proserpio, cappellano dell’Istituto nazionale dei Tumori di Milano. «La prima cosa da fare nel momento in cui si accompagna una persona malata è essere vicini. Stare dentro un percorso. A prescindere da quello che sarà l’esito. Nel sussidio Cei c’è una citazione del cardinale Martini che è molto significativa: “Gesù non ha inventato la sofferenza, la croce: l’ha incontrata lungo il proprio cammino, come ogni uomo. La novità che egli ha inventato è stata quella di mettere nella croce un germe di amore. Così la croce è diventata la strada che porta alla vita, messaggio d’amore, sorgente di calore trasformante per l’uomo”».

Nel ministero di cappellano ospedaliero, secondo don Tullio, c’è un elemento importante da non dimenticare: «Bisogna essere formati a questo compito. E non penso solo a chi è cappellano. Ma anche in generale agli operatori pastorali. Bisogna stare vicino al fratello, come dice il messaggio. Con competenza e umanità». Perché secondo don Proserpio la fratellanza è la «condivisione, farsi carico dell’altro». In questa situazione diventa dunque un movimento che va in due direzioni: «È un dare e un ricevere».

Ma perché questo movimento si manifesti in entrambi i sensi occorre che l’altro «accetti di fare un cammino con me e consenta che lo accompagni. Ed è già questo un motivo per rendere grazie al Padre Eterno. E alla persona che sceglie di fare questo cammino. Perché questo cammino diventa il segno attraverso il quale l’altro mi offre l’opportunità di volere bene al Signore, che si incarna in quella persona. In questo modo posso diventare il segno della presenza di Dio che si prende cura dell’altro. Qualunque sia l’esito del percorso».

Stare accanto al «fratello malato», dunque, diventa occasione per generare la speranza nella difficile prova che sta vivendo. «Che cosa sostiene la persona? – si chiede Proserpio -. C’è un “circolo della speranza” che alimenta una prospettiva umana universale ed è composto dalla persona malata, dal medico, dal gruppo di cura che si prende carico della persona». Nell’approccio competente alla situazione di malattia, cardine della vicinanza attraverso la sapienza del cuore, si concretizzano dunque le tre virtù teologali: «Il prendersi cura, la fiducia, la speranza non sono in fondo l’espressione di fede, speranza e carità? Questo è il cuore dell’antropologia cristiana», spiega ancora don Tullio.

È in fase di revisione da parte di una rivista medica internazionale uno studio sulla speranza, a carattere scientifico, portato avanti dai clinici dell’Istituto e a cui ha preso attivamente parte don Proserpio. Un segno, anche questo, di come la presenza dei cappellani ospedalieri possa essere parte attiva del percorso di cura. Questo diritto all’assistenza spirituale è infatti sottolineato anche dal sussidio dei vescovi per la Giornata del Malato 2015.

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