«Non tutti i cassonetti sono uguali» è lo slogan della campagna riproposta anche quest’anno. Carmine Guanci («Vesti Solidale»): «Il legislatore chiarisca le regole e sanzioni chi non le rispetta»

di Francesco CHIAVARINI

cassonetti Caritas

«La parola d’ordine è, come sempre, trasparenza. È venuto ormai il momento che il legislatore si decida a chiarire in maniera esaustiva le regole, sanzioni chi non le rispetta e obblighi tutti gli operatori del settore a rendere conto della destinazione dei proventi derivanti da questa attività». A sostenerlo è Carmine Guanci della «Vesti Solidale», capofila delle sei cooperative sociali della rete «Riuse» (Raccolta indumenti solidale ed etica) che per conto di Caritas Ambrosiana raccolgono gli indumenti usati nella Diocesi di Milano.

I rifiuti tessili sono una montagna enorme. In Italia se ne producono 100 mila tonnellate all’anno: maglioni, pantaloni, gonne, camicie, giacche e cappotti gettati via perché non vanno più bene o perché passati di moda. All’inizio, a occuparsi del recupero e del riciclaggio era solo qualche buona anima; poi, con l’espandersi del fenomeno, si sono fatti avanti in molti: non tutti con le migliori intenzioni. Oggi sull’attività di recupero d’indumenti usati hanno allungato le mani anche operatori senza scrupoli, pronti a cedere al ricatto o addirittura ad allearsi con ambienti malavitosi pur di aggirare le regole, come le ultime recenti inchieste su Mafia Capitale dimostrerebbero. E così, per tutti quelli che invece sono stati sempre dentro la legalità, diventa più difficile distinguersi. «Di notte tutti i gatti sono bigi, ma non è così. Per questo diciamo che bisogna accendere le luci. Noi lo facciamo da tempo, ma ormai è necessario che sia un dovere per tutti», rivendica Guanci.

Marcare le differenze è diventato più che mai obbligatorio. Della raccolta degli indumenti usati si occupa una grande varietà di soggetti: enti caritativi, cooperative sociali, società commerciali in associazione a realtà non profit. Non sempre gli uni sanno cosa fanno gli altri. Le geometrie dei rapporti sono variabili e controllare la filiera non è mai facile. Ma accorciare le distanze può essere d’aiuto.

Per questo, quando nel ’98 Caritas Ambrosiana decise di appaltare il servizio di raccolta degli indumenti usati, non scelse un operatore qualsiasi: volle affidarsi a persone che conosceva bene e che erano animate dagli stessi principi. La decisione cadde sul mondo non profit, in particolare su una cooperativa di tipo B che impiegava personale svantaggiato. A quella se ne aggiunsero altre che ora fanno parte della rete «Riuse»: sei cooperative che si occupano di svuotare i 1500 cassonetti gialli distribuiti nel territorio della Diocesi. Grazie a quella scelta, la raccolta stessa è diventata un’attività socialmente virtuosa, perché consente a circa 50 persone, ex detenuti, disabili, disoccupati over 45 difficilmente collocabili sul mercato del lavoro, di avere un impiego e di guadagnarsi uno stipendio regolare.

Non solo. Caritas volle anche che le risorse che si ricavavano dalla valorizzazione economica degli abiti usati fossero reimpiegate il più possibile sul territorio in nuovi servizi per rispondere ai bisogni crescenti di fasce di popolazione in difficoltà. Spiega Guanci: «Questa è per esempio la ragione per cui lo scorso anno abbiamo finanziato sette progetti sociali, e quello precedente sei, tutti nei comuni della Diocesi di Milano, per una platea diversificata di soggetti deboli: anziani, disabili, stranieri, famiglie in difficoltà, disoccupati».

I risultati di questa attività sono pubblicati nero su bianco ogni anno sul sito www.donavalore.it. Il sito fa parte di una campagna di comunicazione promossa due anni fa che ha compreso oltre al web anche altre azioni: la diffusione di un milione di volantini e l’invio di una lettera a tutti i sindaci della Diocesi che hanno concesso le autorizzazioni per il posizionamento dei contenitori per la raccolta sul territorio del proprio Comune.

«“Non tutti i cassonetti sono uguali” era lo slogan di quella campagna che ora stiamo riproponendo – osserva Guanci -. Dobbiamo trasformare quelle scatole di metallo, per così di dire, in casse di cristallo, perché è tempo che tutti sappiano che cosa si fa di quello che ci finisce dentro. Questo dovrebbe valere tutti, per evitare che gli errori di qualcuno offuschino il lavoro di molti altri».

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