Parla monsignor Edmond Farhat, libanese, arcivescovo di Biblos e già nunzio apostolico, delegato al recente Sinodo dei vescovi

di Annamaria BRACCINI

Monsignor Edmond Farhat

«Il Medio Oriente è in sofferenza, eppure sono convinto che questa crisi non gli sarà fatale, ma quello che dispiace è che non si possa fissare, per così dire, un “prezzo” per la pace. Per quanto elevato sia, sarà sempre meglio che continuare a vivere, di fatto, in guerra». Non ha dubbi, monsignor Edmond Farhat, a Milano per impegni pastorali e ospite del cardinale Tettamanzi, «che mi onora della sua amicizia da oltre 30 anni», spiega.
Nato in Libano, impegnato presso molte nunziature, a Vienna, in Tunisia e in Turchia, arcivescovo di Biblos e nunzio apostolico, monsignor Farhat è un conoscitore privilegiato della storia recente e della realtà di quelle zone e in questa veste è stato anche delegato ascoltato e di prestigio al recente Sinodo del Medio Oriente. Assise che tiene a citare quando sottolinea quello che, secondo lui, potrebbe essere il “prezzo” della pace: «Bisogna fare pressione sulla politica internazionale – riflette – perché convinca Israele e Autorità palestinese che un domani di tranquillità è a favore sia dell’uno sia dell’altra. C’è posto per tutti, ci vuole solo un poco di fiducia».
Ma è proprio qui che il sorriso gentile lascia il volto del vescovo Farhat, perché la parola fiducia presuppone «smettere di aver paura e, dunque, di farsi la guerra e di uccidere. Ma chi vuole davvero ascoltare parole così?». E se, al Sinodo, i Vescovi della regione hanno chiesto l’intervento dell’Onu, in un tale orizzonte di pacificazione della Palestina, la domanda è ovvia: perché la mediazione dell’Onu e non della Chiesa di Roma? «La Chiesa ha una missione religiosa, porta l’Annuncio e la Parola di Dio, indica e invita, dice la verità oggettiva dei fatti, non sta né con una né con l’altra parte. È per questo che a molti politicanti non piace. Vorrei ricordare Paolo VI che nell’ottobre 1965, di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, scandì: “Mai più la guerra”. E abbiamo visto, in questi decenni, come il suo appello sia caduto nel vuoto. Quante morti e devastazioni da allora… Lei – continua Farhat – che vive nel cuore dell’Europa, a Milano, consideri come la pace ha creato, nelle vostre terre, prosperità, cultura, progresso, dignità riconosciuta alle persone, al loro lavoro e alla loro vita. Le direttive della Santa Sede esistono, ma, talvolta, ho l’impressione che sia il popolo di Dio che non le segue».
Tra i frutti che ha prodotto la guerra, c’è anche il martirio, come quello di monsignor Padovese, che lui stesso ordinò vescovo e ha conosciuto bene: «Sono due gli uomini di preghiera e di fede che hanno colpito in modo particolare la mia vita: monsignor Padovese in Turchia e il domenicano padre Pierre Claverie, assassinato in Algeria al ritorno da una celebrazione in memoria dei sette monaci trappisti trucidati a Tibhirine, vicenda cui si ispira il film Uomini di Dio. Padovese aveva studiato i Padri della Chiesa e sapeva che le persecuzioni fanno parte della testimonianza, Claverie era un conoscitore dell’islam. Entrambi avevano uno straordinario rispetto per la gente, a qualunque credo religioso appartenesse. Mi è stata chiara fin dal primo momento la ragione per cui sono stati uccisi: “davano fastidio” ai loro avversari che non potevano trovare ragione per attaccarli». E, forse, anche se monsignor Farhat non lo dice apertamente, è proprio per la “politica” che non facevano, che furono bersagli fin troppo facili da colpire.

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