L'analisi di monsignor Paolo Sartor, responsabile del Servizio per il Catecumenato

di Luisa BOVE

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La Diocesi di Milano ha messo a punto la «fase battesimale» che in realtà si inserisce in un processo più ampio. Oggi non si parla più di “pastorale battesimale” limitata a «qualche iniziativa sporadica e autonoma» da proporre prima e dopo il battesimo del bambino, spiega mons. Paolo Sartor, responsabile del Servizio per il Catecumenato. «Si tratta piuttosto di un itinerario globale di iniziazione cristiana che accompagna una famiglia, dal momento in cui nasce un figlio e i genitori chiedono il battesimo, fino al suo compimento con la Cresima, la Comunione e la mistagogia negli ultimi anni della scuola primaria e al confine con la preadolescenza». Questo cammino coinvolge quindi i bambini da 0 a 7 anni. Un itinerario che nasce dalle «intuizioni dell’Arcivescovo» già nel percorso pastorale Mi sarete testimoni e in Famiglia comunica la tua fede (numeri 26-30), cui è seguita una sperimentazione in Diocesi per approdare al documento del Consiglio episcopale milanese (Cem) Verso la pienezza eucaristica della vita cristiana, pubblicato nel testo In cammino con san Carlo.

Oggi si insiste molto sull’attenzione ai genitori. Quali modalità suggerisce la Diocesi per incontrarli?
L’idea è di una comunità che si faccia presente nel luogo della vita familiare, entrando con rispetto e senza invadenza nelle case, soprattutto prima del battesimo, ma non solo. Poi c’è lo strumento della convocazione, in particolare dopo il battesimo, cercando di realizzare anche un incontro delle coppie tra loro. Dal Sinodo diocesano a oggi è stata sviluppata soprattutto la prima modalità, rispetto alla seconda ci sono stati tentativi interessanti, ma resta ancora molto da fare.

Qual è l’obiettivo in questa “fase battesimale” dell’iniziazione cristiana?
L’obiettivo è di rendere la famiglia più attiva, protagonista e collaborante scoprendo in se stessa le potenzialità che ha in ordine a una testimonianza e a un annuncio di fede. La fase battesimale infatti non si realizza quando noi andiamo in famiglia o riuniamo i genitori in parrocchia, questi sono solo gli strumenti. Si tratta invece di considerare le famiglie nella loro ministerialità e di sostenerle nel loro ruolo. Ma nella nostra Diocesi c’è anche una tradizione molto viva di scuole dell’infanzia che offrono collaborazione, forse però non le abbiamo integrate abbastanza nella pastorale parrocchiale ordinaria.

Qual è allora la scommessa di oggi?
Vedere questi interessanti segmenti già parte di un percorso. Il cammino di iniziazione cristiana infatti comprende chi si occupa delle coppie che chiedono il battesimo, la celebrazione, la relazione da mantenere o attivare tra le famiglie e con la comunità intera, le famiglie che mandano i figli alla scuola dell’infanzia di ispirazione cristiana (ma non solo), i bambini che diventano soggetti attivi del loro cammino già prima di arrivare alla catechesi di gruppo.

Tra le linee guida si sottolinea l’importanza di «specifici percorsi di formazione» per operatori pastorali. Al momento che cosa proponete?
A livello di Scuole diocesane per operatori pastorali (Sdop) esistono due percorsi: il primo è di introduzione pre e post battesimale per coloro che poi partecipano alle équipe battesimali in parrocchia o nelle Comunità pastorali. Il secondo prevede moduli specialistici su vari temi: pedagogia di fede, collaborazione con i genitori, psicologia del bambino…

Ci sono parrocchie che già realizzano questo cammino?
Sì, certo. Già il Sinodo da una parte fotografava esperienze esistenti e dall’altra le stimolava. Molte parrocchie poi si sono rese disponibili alla sperimentazione diocesana proprio per la fase battesimale da 0 a 7 anni, in seguito tante altre che non avevano partecipato, sulla base del testo Famiglia comunica la tua fede, hanno avviato, potenziato o riorientato il cammino. Ora si tratta di mettere tutto in fila e di far diventare questo percorso “pane quotidiano” per tutte le comunità.

Sono previsti sussidi?
Sono in preparazione alcune pubblicazioni che in qualche modo mediano il Catechismo dei bambini della Cei che rimane lo strumento di lavoro fondamentale, come ha sottolineato l’Arcivescovo in diverse occasioni. Questi sussidi conterranno anche esperienze concrete nate nelle nostre parrocchie e che verranno messe in circolo. La Diocesi di Milano ha messo a punto la «fase battesimale» che in realtà si inserisce in un processo più ampio. Oggi non si parla più di “pastorale battesimale” limitata a «qualche iniziativa sporadica e autonoma» da proporre prima e dopo il battesimo del bambino, spiega mons. Paolo Sartor, responsabile del Servizio per il Catecumenato. «Si tratta piuttosto di un itinerario globale di iniziazione cristiana che accompagna una famiglia, dal momento in cui nasce un figlio e i genitori chiedono il battesimo, fino al suo compimento con la Cresima, la Comunione e la mistagogia negli ultimi anni della scuola primaria e al confine con la preadolescenza». Questo cammino coinvolge quindi i bambini da 0 a 7 anni. Un itinerario che nasce dalle «intuizioni dell’Arcivescovo» già nel percorso pastorale Mi sarete testimoni e in Famiglia comunica la tua fede (numeri 26-30), cui è seguita una sperimentazione in Diocesi per approdare al documento del Consiglio episcopale milanese (Cem) Verso la pienezza eucaristica della vita cristiana, pubblicato nel testo In cammino con san Carlo.Oggi si insiste molto sull’attenzione ai genitori. Quali modalità suggerisce la Diocesi per incontrarli?L’idea è di una comunità che si faccia presente nel luogo della vita familiare, entrando con rispetto e senza invadenza nelle case, soprattutto prima del battesimo, ma non solo. Poi c’è lo strumento della convocazione, in particolare dopo il battesimo, cercando di realizzare anche un incontro delle coppie tra loro. Dal Sinodo diocesano a oggi è stata sviluppata soprattutto la prima modalità, rispetto alla seconda ci sono stati tentativi interessanti, ma resta ancora molto da fare.Qual è l’obiettivo in questa “fase battesimale” dell’iniziazione cristiana?L’obiettivo è di rendere la famiglia più attiva, protagonista e collaborante scoprendo in se stessa le potenzialità che ha in ordine a una testimonianza e a un annuncio di fede. La fase battesimale infatti non si realizza quando noi andiamo in famiglia o riuniamo i genitori in parrocchia, questi sono solo gli strumenti. Si tratta invece di considerare le famiglie nella loro ministerialità e di sostenerle nel loro ruolo. Ma nella nostra Diocesi c’è anche una tradizione molto viva di scuole dell’infanzia che offrono collaborazione, forse però non le abbiamo integrate abbastanza nella pastorale parrocchiale ordinaria.Qual è allora la scommessa di oggi?Vedere questi interessanti segmenti già parte di un percorso. Il cammino di iniziazione cristiana infatti comprende chi si occupa delle coppie che chiedono il battesimo, la celebrazione, la relazione da mantenere o attivare tra le famiglie e con la comunità intera, le famiglie che mandano i figli alla scuola dell’infanzia di ispirazione cristiana (ma non solo), i bambini che diventano soggetti attivi del loro cammino già prima di arrivare alla catechesi di gruppo.Tra le linee guida si sottolinea l’importanza di «specifici percorsi di formazione» per operatori pastorali. Al momento che cosa proponete?A livello di Scuole diocesane per operatori pastorali (Sdop) esistono due percorsi: il primo è di introduzione pre e post battesimale per coloro che poi partecipano alle équipe battesimali in parrocchia o nelle Comunità pastorali. Il secondo prevede moduli specialistici su vari temi: pedagogia di fede, collaborazione con i genitori, psicologia del bambino…Ci sono parrocchie che già realizzano questo cammino?Sì, certo. Già il Sinodo da una parte fotografava esperienze esistenti e dall’altra le stimolava. Molte parrocchie poi si sono rese disponibili alla sperimentazione diocesana proprio per la fase battesimale da 0 a 7 anni, in seguito tante altre che non avevano partecipato, sulla base del testo Famiglia comunica la tua fede, hanno avviato, potenziato o riorientato il cammino. Ora si tratta di mettere tutto in fila e di far diventare questo percorso “pane quotidiano” per tutte le comunità.Sono previsti sussidi?Sono in preparazione alcune pubblicazioni che in qualche modo mediano il Catechismo dei bambini della Cei che rimane lo strumento di lavoro fondamentale, come ha sottolineato l’Arcivescovo in diverse occasioni. Questi sussidi conterranno anche esperienze concrete nate nelle nostre parrocchie e che verranno messe in circolo.

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