In occasione della solennità mariana di Ferragosto andiamo alla scoperta di una splendida pala della bottega di Paolo Veronese conservata nella chiesa parrocchiale di Concorezzo

di Luca FRIGERIO

Concorezzo_parrocchiale

Non c’è chiesa o santuario della diocesi di Milano che non abbia un qualche gioiello artistico. Capolavori piccoli e grandi, indicati nelle guide turistiche e celebrati dagli studiosi, ma spesso noti soltanto alle comunità locali, e quindi in qualche modo da conoscere e riscoprire. Come è forse il caso del bellissimo dipinto raffigurante l’Assunzione della Vergine conservato presso la parrocchiale di Concorezzo, nella Brianza monzese, e attribuito alla bottega di Paolo Caliari detto il Veronese, uno dei protagonisti della splendida stagione pittorica del Rinascimento veneziano.

La pala fu affidata nel 1853 alla nuova e grandiosa chiesa dei Santi Cosma e Damiano – progettata dal “principe” degli architetti neoclassici lombardi, Gianluigi Cagnola – dalla Pinacoteca di Brera, dove era confluita agli inizi del secolo insieme a un’ingente quantità di opere d’arte, requisite per la formazione di quel museo che doveva diventare il “Louvre” del Regno italico o lì depositate in seguito alle soppressioni napoleoniche di un gran numero di congregazioni religiose.

Questa Assunzione, infatti, apparteneva in origine alle Agostiniane di Santa Maria della Concezione di Piove di Sacco, nel padovano, monastero chiuso nel 1810 e poi demolito. L’alta qualità del dipinto fu sempre evidente, al punto che i funzionari braidensi l’attribuirono, al suo ingresso nella collezione milanese, niente meno che a Tiziano. Ma negli anni Sessanta del secolo scorso, la tela fu ricondotta più correttamente all’ambito di Paolo Veronese, pur a lungo “confusa” con un’opera dello stesso autore e di medesimo soggetto, proveniente dalla basilica di Santa Giustina a Padova e oggi conservata nella chiesa abbaziale di Praglia. Una vicenda intricata e affascinante che Marta Radaelli ha efficacemente ricostruito nella sua tesi di laurea, dedicata proprio a questo poco conosciuto capolavoro concorezzese.

Caratterizzata da un marcato sviluppo verticale, la pala – che misura oltre due metri e mezzo di altezza per uno e mezzo di base – appare nettamente divisa in due parti, a rendere con immediata evidenza lo “stacco” dell’ascesa in cielo di Maria.

In basso, infatti, si affollano gli apostoli, addossati gli uni gli altri in un gruppo compatto, compartecipi di un’esperienza straordinaria, davanti alla quale reagiscono per lo più con stupore e meraviglia, ma ciascuno a proprio modo, in base cioè al diverso carattere – chi con evidente emozione, chi con maggior pacatezza, chi quasi intimorito, chi colmo di gioia… -, in una rappresentazione di quei di cui Leonardo da Vinci aveva offerto un saggio magistrale nel suo Cenacolo milanese, aprendo la strada a una pittura “psicologica” e dell’intimo.

Una caratterizzazione, tuttavia, che è anche esteriore, nel senso che i discepoli che si stringono attorno al vuoto sarcofago appaiono accuratamente differenziati anche per fisionomia, età e abbigliamento, così da offrire un campionario quanto mai variegato di “tipi” maschili. Con volti, in alcuni casi (come nei due in basso a sinistra), così precisamente delineati da sembrare veri e propri ritratti dal vivo, probabilmente dei donatori e committenti dell’opera stessa.

In alto, invece, Maria è assunta alla gloria celeste fra nubi rosate, attorniata di angeli, putti e cherubini. Vestita di bianca e d’azzurro, le mani giunte, lo sguardo rapito, la Vergine si lascia condurre con la stessa serenità e la stessa umiltà con la quale ha accolto l’annuncio dell’arcangelo Gabriele, così che le sue labbra, mentre raggiunge il Padre e il Figlio, paiono ancora una volta mormorare: «Eccomi, sono l’ancella del Signore».

Ma le due parti, quella superiore e quella inferiore, a ben vedere sono unite da un elemento vegetale, da una pianta verdissima che si staglia sullo sfondo. Non si tratta soltanto di un artificio pittorico per “legare” le diverse sezioni, ma, probabilmente, è anche un richiamo iconografico a quelle fronde di palma, simbolo di vittoria ed emblema di gloria, che più volte ritornano proprio nelle pagine degli scritti apocrifi che narrano del Transito della Madre di Gesù. E forse vuole essere anche una citazione di quell’Albero della Vita all’ombra del quale, secondo un’antichissima tradizione, doveva essere posta la sepoltura della Vergine, di colei che era considerata già dai Padri della Chiesa come la “nuova Eva”.

Quanto alla paternità dell’opera, come si diceva, oggi la critica è concorde nell’attribuirla alla scuola del Veronese. A quei seguaci del Caliari, cioè, che già all’epoca si firmavano orgogliosamente, e collettivamente, Haeredes Pauli, eredi artistici e familiari a un tempo, che nell’ultimo quarto del XVI secolo intendevano continuare la fiorente attività dell’illustre parente, ormai diventato un vero e proprio “marchio di fabbrica”, soprattutto nei territori veneti della Serenissima.

Del resto, anche ammirando l’Assunzione di Concorezzo, come non condividere quanto scriveva con sincero entusiasmo il grande storico dell’arte Bernard Berenson: «Quando contemplo i dipinti del Veronese, provo un appagamento così pieno e perfetto che me ne sento preso in tutto il mio essere, nei sensi, nel sentimento, nell’intelletto!».

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